54GMCS: “In guerra”, il grido disperato dei lavoratori

martedì 5 Maggio 2020
Un articolo di: Massimo Giraldi, Sergio Perugini

“In guerra” (2018) di Stéphane Brizé scelto dalla Cnvf per la 54a Giornata delle comunicazioni. Duro ritratto di lavoratori allo stremo, con diritti e tutele che si assottigliano

Sullo stesso tracciato dello struggente “Sorry We Missed You” (2020) di Ken Loach si muove il dramma sociale “In guerra” (“En guerre”, 2018) di Stéphane Brizé, una caduta verticale nello smarrimento dei lavoratori odierni che vedono dissolversi la propria occupazione e si sentono inascoltati, non sostenuti, dalle istituzioni di riferimento. Un film duro, di asciutto realismo, a tratti amarissimo, che si leva come un grido di richiamo su un problema sotto gli occhi dell’Europa tutta. L’opera si inserisce nel ciclo di proposte della Commissione nazionale valutazione film della CEI per riflettere sul Messaggio di papa Francesco per la 54a Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, proposta pensata anche in concomitanza con la festa dei lavoratori a maggio. Una proposta di certo complessa e problematica, adatta in questo caso a un pubblico adulto, su un tema però urgente, quello del diritto e della dignità del lavoro.

Una lotta impari
Francia oggi, le Perrin Industries hanno deciso di chiudere lo stabilimento, mettendo a rischio l’occupazione di 1.100 dipendenti. Una notizia che giunge come una doccia gelata, perché da ormai due anni si stava lavorando a un accordo tra sindacati e azienda, un’intesa capace di produrre dei concreti risultati. A fare un improvviso passo laterale è però l’azienda. In prima linea a difendere i diritti dei lavoratori c’è Laurent (Vincent Lindon).

Un’istantanea importante, ma disperante
Filo rosso è il lavoro. È questo che accomuna le ultime opere del regista francese Stéphane Brizé. Nel 2015, infatti, l’autore ha portato in concorso al 68° Festival di Cannes “La legge del mercato” (“La loi du marché”), opera che ha fatto vincere a Vincent Lindon il riconoscimento per la miglior interpretazione maschile. Nel 2018, poi, è tornato sulla Croisette con lo stesso attore, Lindon, per presentare “In guerra” (“En guerre”), nuovo capitolo di un cinema di impegno civile sul mondo del lavoro. Entrambe le opere ci raccontano il disagio del lavoratori oggi, in Francia e in generale in Europa; operai che vivono sotto pressione, riuscendo a malapena a mantenere in piedi la propria economia familiare. Nella “Legge del mercato” il protagonista cinquantenne Thierry, dopo una lunga trafila di corsi di formazione per il ricollocamento ed estenuanti colloqui di assunzione, sembra riconquistare il posto di lavoro; quando però scopre di trovarsi davanti a tiri mancini da parte del datore ai danni di altri colleghi, si oppone a questa mercificazione, a questa lotta tra disgraziati, riaffermando così un proprio apparato valoriale. E in questo ricorda molto lo sguardo dei fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne, il loro bellissimo “Due giorni, una notte” (“Deux jours, une nuit”, 2014). Con “In guerra” Stéphane Brizé spinge il racconto ancor più al limite rispetto all’opera precedente, sulla soglia della disperazione senza ancoraggio. Uno sguardo che atterrisce, e che risulta persino a tratti respingente. Il protagonista Laurent è uno dei lavoratori che guida la trattativa sindacale; con lui partecipiamo ai tavoli di confronto tra operai e azienda, ma anche ai momenti di dialogo franco tra lavoratori, tra cui non mancano persino paure e malumori, sino al fronte di vera e propria lotta davanti ai cancelli della fabbrica. Il film è una radiografia di un conflitto sociale che si fa sempre più incandescente, irrisolvibile. Quando le motivazioni sono state messe tutte in campo e le parti in gioco ben delineate, appare evidente che il copione cerca di andare oltre quello che si vede. Nel senso che la dialettica dei contrasti si fa sempre più aspra, il rimpallo delle responsabilità si acuisce, lo scambio di reciproche accuse porta a scontri e incidenti. Su questa strenua forma di opposizione, Brizé getta uno sguardo che vuole essere il più possibile rigoroso e asciutto. Il copione è stato scritto sulla base di documenti, testimonianze, eventi precedenti, ed evita accuratamente ideologie, riferimenti politici e citazioni storiche. Lo stile visivo è in sottrazione, pronto a sposare la prospettiva anche delle inchieste giornalistiche televisive così come dell’immediatezza dei social media. Se il tema, la linea di racconto e lo stile visivo sono nel complesso potenti, convincenti e di grande attualità, elementi tutti che ci hanno indotto a inserire l’opera nel ciclo di proposte dedicate alla Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, ciò che richiede un’ulteriore riflessione e precisazione riguarda la sequenza finale dell’opera. Arriviamoci per gradi. Nella “Legge del mercato” Brizé offre una possibilità al suo lavoratore, a Thierry, che non accetta la corruzione del sistema e va avanti per e con la sua famiglia. Qui, nel film “In guerra”, Laurent si oppone al sistema allo stesso modo di Thierry, ma non opta per la salvezza, per la resilienza, bensì decide di abdicare alla vita, di lasciarsi andare come ultimo atto di protesta senza appello. Una soluzione narrativa dolorosa, disperata e disperante, che però non è possibile accettare, condividere. E allora sulla stessa linea di racconto, preferiamo la scelta visiva di fiducia che ci regalano i fratelli Dardenne. Nel citato “Due giorni, una notte” la protagonista Sandra (Marion Cotillard) perde sì il lavoro, trovando davanti a sé un’infinità di problemi da gestire, ma nonostante questo custodisce la speranza, (ri)fiorita nel suo animo lacerato grazie alla prossimità e solidarietà di famiglia e colleghi. Seppure dispersa, seppure a volte vicina anche lei a gesti estremi, Sandra in ultimo non cede, ma si sprona a pensare che comunque una soluzione verrà fuori. Andare avanti, è questo che conta.

In guerra

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