72° Festival di Cannes. Lucia Cuocci (Giuria ecumenica): “Il filo rosso che unisce molti film è la morte”

lunedì 27 maggio 2019
Un articolo di: Sergio Perugini

Si è chiusa la 72ª edizione del Festival di Cannes con la Palma d’oro al film della Corea del Sud “Parasite” di Bong Joon-ho, scelto all’unanimità dalla Giuria presieduta dal regista messicano Alejandro González Iñárritu. Un “outsider” rispetto ai grandi autori favoriti come Terrence Malick, Pedro Almodóvar, i fratelli Dardenne, Ken Loach o il nostro Marco Bellocchio. Il Sir ha intervistato Lucia Cuocci, giornalista italiana e autrice dei programmi Rai “Protestantesimo” e “Sorgente di vita”, che ha seguito in prima linea il Festival come membro italiano della Giuria ecumenica (composta da delegati delle organizzazioni Signis e Interfilm). Con lei abbiamo ripercorso i titoli più emblematici di Cannes72, compreso il Premio ecumenico assegnato a Malick per il suo potente “A Hidden Life”, film sul contadino cattolico austriaco Franz Jägerstätter, ucciso dai nazisti per il suo rifiuto di combattere e riconosciuto beato dalla Chiesa cattolica nel 2007.

Cannes72, è di scena la morte a cominciare dagli zombie di Jarmusch
“Filo rosso tematico che unisce molti film del Concorso di Cannes72 è senza dubbio la morte”. Così la giurata Lucia Cuocci, che aggiunge: “Una morte declinata attraverso generi e soluzioni narrative differenti, a cominciare dalla proposta del visionario Jim Jarmusch ‘I morti non muoiono’, così come nel film brasiliano ‘Bacurau’ del duo Mendonça Filho e Dornelles”. Questo mostra in generale, seguita la Cuocci, “una fragilità del periodo che stiamo vivendo, ovvero la necessità di confrontarci con quello che sarà e con quello che si è stati in questa vita”.
In particolare, interrogata sulla scelta di affidare l’apertura del Festival di Cannes al film di Jarmusch, uno zombie movie, la giornalista italiana non mostra alcun dubbio: “È stata una scelta eccellente. All’inizio il film può apparire straniante, persino onirico, poi emerge una chiara critica alla nostra società, al nostro essere così distratti da media e tecnologia, lontani dalle relazioni autentiche”.

‘Banlieue’ frontiera di fragilità e violenze
Non manca a Cannes poi la consueta attenzione alle pieghe del sociale, soprattutto con autori come il britannico Ken Loach. “Con ‘Sorry We Missed You’ – indica Lucia Cuocci – Loach dà conto sempre delle difficoltà dei lavoratori e anche questa volta tocca con intensità l’attualità, la disintegrazione del lavoro odierno, sempre più flessibile, autonomo e precario. Siamo di fronte a nuove forme di schiavitù. Il regista non delude mai ed è stato accolto con grande consenso”. Purtroppo nessun premio è arrivato.
Le “banlieue”, le periferie degradate, sono presenti nell’immaginario di molti autori al Festival. “In questa proposta emerge la lotta ai fondamentalismi – spiega la giornalista italiana – ad esempio in ‘Le jeune Ahmed’ dei Dardenne troviamo la storia di un adolescente che aderisce a un movimento islamico fondamentalista e tenta di uccidere la sua insegnante. I due registi mostrano polso e incisività, ma a ben vedere non mettono bene a fuoco le tante questioni. Il tema comunque è di grandissimo interesse e fa ben capire la potenza di questi fondamentalismi, la presa che hanno sui giovani”. Nella cerimonia di premiazione del Festival i Dardenne hanno ottenuto il riconoscimento per la miglior regia.

Bong Joon-ho e Ladj Ly, due nuovi talenti incoronati a Cannes
Sempre di giovani tratta il film “Les Misérables” del francese Ladj Ly, Premio della giuria. “‘Les Misérables’ è di stringente attualità – ci spiega ancora Lucia Cuocci – perché questo titolo si riferisce sia ai ragazzi che abitano nel disagio, nelle ‘banlieue’ parigine, il più delle volte nordafricani ma anche giovani francesi, così come ai poliziotti che in vario modo fanno emergere tutti i loro affanni. Un film che mette in scena uno scontro violento, senza offrire però sguardi risolutivi o riconcilianti. Questo, comunque, ci ricollega alla suggestione dei fratelli Dardenne, all’emergenza educativa cui assistiamo nella società odierna e di cui ci dobbiamo occupare”.
La proposta di Ladj Ly, indica ancora la Cuocci, risulta così forte e innovativa come quella del vincitore della Palma d’oro, Bong Joon-ho: “’Parasite’ è un film bellissimo, che offre una fotografia della divisione sociale nella Corea del Sud (ma potrebbe essere lo scenario di qualsiasi altro Paese del mondo), delle ghettizzazioni che producono inevitabile smarrimento e violenza”.

“A Hidden Life”, Miglior film per la Giuria ecumenica
Se Terrence Malick è stato ignorato dal Palmares della Giuria internazionale, non è stato così da parte della Giuria ecumenica, di cui Lucia Cuocci è stata una delle componenti insieme a: Roland Kauffmann (Francia, presidente), Xavier Accart (Francia), Stefan Forner (Germania), Rose Pacatte (USA) e Konstantin Terzis (Grecia). L’opera di Malick è stata riconosciuta la più meritevole a vincere il riconoscimento ecumenico con la seguente motivazione: “La storia di Franz Jägerstätter, contadino austriaco che insieme alla moglie Fani si è rifiutato di giurare fedeltà a Hitler, mette in scena un profondo dilemma umano. L’elevata qualità cinematografica, sotto il profilo della regia, del montaggio e della sceneggiatura, permette di esprimere ed esplorare le difficili sfide per l’integrità della persona umana dinanzi al male. Questa è una storia universale che riguarda le scelte che siamo chiamati a compiere e che trascendono ogni preoccupazione terrena per seguire la voce della propria coscienza”.

Il punto della Cnvf sul Festival

Nel bilancio di chiusura del Festival abbiamo sentito anche il presidente della Commissione nazionale valutazione film Cei Massimo Giraldi: “Anche quest’anno Cannes ha lasciato il segno con una selezione di indiscusso livello. Registriamo con piacere i premi, il lavoro compiuto dai giurati internazionali. Spiace un po’ constatare il fatto che siano stati trascurati registi di grande calibro come Ken Loach, Pedro Almodóvar (risarcito con il premio all’attore Antonio Banderas) e soprattutto Marco Bellocchio. Quest’ultimo, così amato in Francia, non riesce a conquistare il giusto riconoscimento per il suo cinema, serrato e scomodo ma di certo di grande impegno civile”.

Articolo originale pubblicato su Agenzia SIR

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