Addio a Franco Zeffirelli, regista colto ed elegante. Il ricordo della Santa Sede e della Chiesa italiana

lunedì 17 giugno 2019
Un articolo di: Massimo Giraldi, Sergio Perugini

Fragile e un po’ affaticato, ma sempre vigile e con sguardo luminoso, era apparso al Senato della Repubblica lo scorso aprile il regista Franco Zeffirelli, ricevendo dalla presidente Maria Elisabetta Alberti Casellati una targa di riconoscimento; uno dei tanti premi ottenuti nella sua lunga carriera (tra cui 5 David di Donatello) cominciata nel Secondo dopoguerra. Si è spento oggi, sabato 14 giugno, all’età di 96 anni nella sua casa romana, generando grande cordoglio nel mondo del cinema, della cultura e delle istituzioni. Franco Zeffirelli era un uomo, un autore, che ha saputo abitare con eleganza e competenza il mondo del cinema, del teatro e della lirica, facendosi apprezzare nel nostro Paese e nel resto del mondo, soprattutto in Inghilterra e negli Stati Uniti.

Dagli inizi con Luchino Visconti a Hollywood
Formatosi all’Accademia delle Belle Arti di Firenze, Franco Zeffirelli lega il suo esordio come regista teatrale e cinematografico alla figura di Luchino Visconti, maestro da cui apprende la messa in scena e la cura formale, assorbendo quello sguardo tra neorealismo e mélo. Firma di fatto il suo primo film nel 1957, la commedia “Camping”, nel clima di spinta e sviluppo della commedia popolare italiana; ben presto però Zeffirelli vira rapidamente vero sentieri più seri e dotti, attingendo a piene mani a mondo della letteratura.
Nel biennio 1967-68 realizza infatti da William Shakespeare “La bisbetica domata” con la coppia di divi hollywoodiani Elizabeth Taylor e Richard Burton (due nomination agli Oscar) nonché “Romeo e Giulietta” con i giovanissimi Leonard Whiting e Olivia Hussey (il film ottiene due premi Oscar, per non per la regia di Zeffirelli). Con queste opere si afferma subito su piano internazionale, facendosi notare immediatamente da Hollywood. Nel corso gli anni ’70 Zeffirelli passa così alla guida di set imponenti, tanto per il cinema come per la televisione. Firma prima “Fratello sole, sorella luna” nel 1972 e subito dopo il kolossal per la tv in 6 puntate “Gesù di Nazareth” del 1977, con protagonisti Robert Powell, Olivia Hussey e Anne Bancroft, miniserie che vede anche una versione ridotta per il cinema. Ancora, va a girare negli Stati Uniti “Il campione” del 1979 e “Amore senza fine” del 1981, opere che contribuiscono a consolidare il suo nome come grande autore sulla scena mondiale.

Le opere religiose su Gesù e san Francesco
Film come “Fratello sole, sorella luna” e “Gesù di Nazareth” rappresentano un guadagno significativo non solo sul piano cinematografico ma anche culturale e pastorale. Come sottolinea infatti don Ivan Maffeis, sottosegretario della Cei e direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali: “Zeffirelli ha contribuito a plasmare uno sguardo nel mondo della catechesi. Ha offerto dei preziosi strumenti culturali ai nostri catechisti, insegnanti di religione e operatori pastorali. Le sue opere sono state utilizzate e tuttora vengono proposte nelle ore didattiche e nei cineforum parrocchiali per fare esperienza delle pagine del Vangelo. Di fatto, negli anni ’70, in quella stagione caratterizzata da fratture e istanze di contestazione, da narrazioni problematiche, Zeffirelli al contrario si è dedicato al racconto di testimoni di dialogo e inclusione”.
In particolare su “Gesù di Nazareth” mons. Dario Edoardo Viganò, assessore presso il Dicastero della Comunicazione della Santa Sede e professore ordinario di cinema, precisa: “Quel suo film su Gesù costituisce un punto di svolta nelle narrazioni sulla figura di Cristo tra grande e piccolo schermo. Mentre tra gli anni ’20 e gli anni ’60 Hollywood ci inonda di film su Gesù e la Bibbia dal taglio spettacolare, opere segnate però da una profonda povertà contenutistica e spirituale, in Europa Pier Paolo Pasolini e Franco Zeffirelli offrono tra gli anni ’60 e ’70 sguardi totalmente diversi, rivelatori. Nella loro diversità, se Pasolini ha restituito la forza della parola di Matteo realizzando una regia per sottrazione, Zeffirelli ha saputo fare un racconto sinottico dei Vangeli con una messa in scena senza precedenti, seconda in nulla al cinema hollywoodiano”.

Gli anni della maturità tra lirica e letteratura
Dopo una parentesi con i film-opera, portando sul grande schermo alcuni famosi titoli della lirica come “Pagliacci” (1982), “Cavalleria rusticana” (1982) e “La traviata” (“1983”), Franco Zeffirelli torna a dirigere negli anni ’90 secondi i canoni iniziali, proponendo adattamenti di opere letterarie come “Amleto” (1990), “Storia di una capinera” (1993), “Jane Eyre” (1996) e “Un tè con Mussolini” (1999), quest’ultimo con un ricco cast internazionale al femminile tra cui Maggie Smith, Judi Dench, Cher, Joan Plowright e Lily Tomlin. La sua carriera cinematografica trova poi epilogo con un’opera omaggio a Maria Callas, “Callas Forever” nel 2002, con Fanny Ardant e Jeremy Irons, che costituisce anche una sorta di testamento artistico in cui il regista rilegge anche la sua via e la sua amicizia con la diva della lirica per eccellenza. Nel corso degli anni Duemila, infine, il regista toscano si dedica al progetto della sua casa-museo a Firenze, cui affidare la memoria del suo archivio tra cinema e teatro, contenente copioni, appunti di scena, bozzetti e costumi. Volendo tracciare un breve bilancio della sua filmografia, non possiamo non riconoscere a Franco Zeffirelli di essere un autore con la maiuscola, capace di coniugare quella professionalità classica, consolidata da una lunga formazione e gavetta, con le esigenze sempre più dinamiche e innovative dello spettatore. Il suo cinema si propone ancora oggi come elegante e senza età.

Articolo originale pubblicato su Agenzia SIR

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