ADIEU AU LANGAGE – ADDIO AL LINGUAGGIO

Valutazione
Complesso, Problematico, dibattiti
Tematica
Cinema nel cinema, Mass-media, Metafore del nostro tempo, Nuove tecnologie, Politica-Società
Genere
Drammatico
Regia
Jean-Luc Godard
Durata
70'
Anno di uscita
2014
Nazionalità
Francia, Svizzera
Titolo Originale
Adieu au langage
Distribuzione
Bim Distribuzione
Musiche
brani di autori vari; Phil Zagajewski
Montaggio
Jean Luc Godard

Orig.: Francia/Svizzera (2014) - Sogg. e scenegg.: Jean Luc Godard - Fotogr.(Normale/a colori): Fabrice Aragno - Mus.: brani di autori vari; Phil Zagajewski (cantante in playback) - Montagg.: Jean Luc Godard - Dur.: 70' - Produz.: Brahim Chiova, Vincent Maraval, Alain Sarde per Wild Bunch - In 3D.

Interpreti e ruoli

Héloise Godet (Josette), Zoé Bruneau (Ivitch), Kamel Abdelli (Gedeon), Richard Chevalier (Marcus), Jessica Erickson (Mary Shelley), Christian Gregory . (Davidson)

Soggetto

Una donna sposata e un uomo single si incontrano, si amano e litigano. Parlano di vari argomenti, mentre un cane si aggira vicino a loro. Quando appaiono esausti, è il momento di porre fine a quella storia e cominciarne un'altra...

Valutazione Pastorale

Poche righe possono bastare per raccontare quello che si vede. Ma forse è proprio questo il punto di forza di un film che da subito trova lo slancio per dichiarare la propria voglia di allontanarsi, di nascondersi, di giocare con ruvidità, durezza e aspra dialettica con ciò che resta del piacere di fare cinema. L'addio è quello al linguaggio per come fino ad oggi lo abbiamo conosciuto e visualizzato. Ma il cinema del terzo millennio può avere un senso (ammesso che lo abbia) solo se continua a navigare nel vuoto dell'inafferrabile, se coltiva l'utopia diun traguardo mai toccato prima. Addio al passato allora, e avanti con il 3d, l'ultima perversione si potrebbe dire: grazie alla quale Godard è in grado di polverizzare le ultime parvenze di racconto e di ridicolizzare il falso trionfalismo di chi pensa di fare un bel film solo perché usa il tridimensionale. Addio al linguaggio, se quello che arriva è un coacervo di frammenti di storie, visioni, giornali, echi disordinati e dispersi di labirinti visivi non apparentabili. Addio al linguaggio per mettere a nudo quel brutto cinema che si vorrebbe far passare per nuovo; a storie disperse e sgraziate, a situazioni che insistono su una provocazione non più praticabile; alla ricerca di scandali fini a se stessi e del tutto afoni. La percezione é dissociata, la comprensione si allontana. Addio alla finzione che nasconde scopiazzature e assenza di idee. Godard, senza maschere nè infingimenti va incontro alla propria distruzione. Ma non è arretrato di una virgola rispetto al meraviglioso sbandamento/esordio di "Fino all'ultimo respiro" (A bout de souffle, 1960). Ancora più scarno e estremo di "Inland Empire" di David Lynch, 2006, Godard resta moderno, gli altri (tutti) sono antichi, passati, superati. Dal punto di vista pastorale, il film è da valutare come complesso, problematico e da affidare a dibattiti.

Utilizzazione

è meglio riservare l'utilizzazione a occasioni mirate e rivolte ad un pubblico capace di affrontare i molti enigmi linguistici del testo, i suoi risvolti visivi e visionari, tra rimozione e allargamento di possibilità creative. Attenzione è certo da tenere per piccoli e minori in vista di passaggi televisivi o di uso di dvd e di altri supporti tecnici.

Le altre valutazioni

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