EDWARD – MANI DI FORBICE *

Valutazione
Accettabile, Crudezze
Tematica
Handicap, Metafore del nostro tempo
Genere
Fantastico
Regia
Tim Burton
Durata
103'
Anno di uscita
1991
Nazionalità
Stati Uniti
Titolo Originale
EDWARD SCISSORHANDS
Distribuzione
Fox
Soggetto e Sceneggiatura
Caroline Thompson Tim Burton, Caroline Thompson
Musiche
Danny Elfman
Montaggio
Richard Halsey

Sogg.: Tim Burton, Caroline Thompson - Scenegg.: Caroline Thompson - Fotogr. (Normale/a colori): Stefan Czapsky - Mus.: Danny Elfman - Montagg.: Richard Halsey - Dur.: 103' - Produz.: Denise Di Novi, Tim Burton.

Interpreti e ruoli

Johnny Depp (Edward), Winona Ryder (Kim Boggs), Dianne Wiest (Peggy Boggs), Anthony Michael Hall (Jim), Kathy Baker (Joyce Monroe), Robert Oliveri, Conchata Ferrell, Caroline Aaron, Dick Anthony Williams, O-Lan Jones, Vincent Price, Alan Arkin

Soggetto

Peggy Boggs, rappresentante di cosmetici, in cerca di clienti si reca nel sinistro castello in stile gotico, situato ai margini del centro residenziale in cui vive, e vi trova uno strano giovane, pallido e spaurito, che al posto delle mani ha numerose cesoie. Questi vive solo, dopo la morte improvvisa del suo inventore-padre, avvenuta prima che potesse applicargli le mani, cosicché la sua imperfezione gli causa gravi difficoltà. Peggy, impietosita, lo porta nella sua casa, per farlo vivere con la famiglia, composta dal marito Bill, dal figlio adolescente Kevin, e dalla figlia Kim. Lo strano ospite desta subito la curiosità delle pettegole amiche di Peggy, che se lo disputano, morbosamente attratte dalla sua "diversità", e presto entusiaste dei mirabili lavori, che Edward è capace di fare con le sue forbici: tagliare gli alberi e i cespugli in originali forme di creature umane o di animali, tosare i cani e realizzare per le signore eleganti pettinature. Una vicina, la sensuale Joyce Monroe, tenta invano di sedurre Edward, che invece si innamora segretamente di Kim, fidanzata con Jim (cinico figlio di ricchi, ma avari genitori), il quale subito odia Edward, perché indovina in lui un potenziale rivale. Poiché le forbici di Edward aprono anche le porte, Jim decide di servirsi di lui per rubare in una misteriosa stanza i soldi necessari a comprarsi un camper, dove intrattenersi con la fidanzata. Kim è contraria al progetto, ma al fine cede; però scatta l'allarme ed Edward rimane solo e prigioniero dentro l'appartamento. Ritenuto un ladro, e arrestato, viene liberato soltanto perché handicappato, ma ormai le sue ammiratrici si sono trasformate in nemiche, ed Edward, perseguitato, è costretto a rifugiarsi nel suo castello, dove lo raggiungono Kim e Jim, la prima per dichiarargli il suo amore, il secondo per ucciderlo. Nello scontro finale, è il crudele Jim a morire, trafitto incidentalmente dalle cesoie di Edward, che poi la ragazza fa credere morto. Da quel giorno Kim non ha rivisto più il suo innamorato.

Valutazione Pastorale

Già l'affrontare una favola in tempi duri e crudi appare di una arditezza non comune; portarla a termine con intelligenza, lasciando trasparire "sotto il velame" una metafora consona a temi e problemi attualissimi sul piano umano e sociale, senza enfasi e con spiccata sensibilità, è qualcosa che va ascritta a merito del soggettista e regista Tim Burton. Il suo film è insolito e molto bello, perfino poetico e ricco di venature di sottile amarezza. Nella piccola città che appare quasi irreale (la voluta banalità delle allucinanti casette tutte piatte e a vivi colori) irrompe il mistero del giovane che non ha mani, ma artigli di acciaio. Prelevato nel suo assurdo castello neogotico dal generoso e caloroso impeto di affetto di colei che potrebbe essergli madre, trattato con comprensione e delicatezza da una famiglia modesta, il "diverso" viene, tutto sommato, accettato dalla comunità, soprattutto perché la sua bizzarra anomalia può essere strumentalizzata a scopi pratici (pettinature nuove, cagnolini e siepi stravaganti). Era e rimane il "mostro", l'abnorme e, per qualcuno, un essere diabolico. Amarlo è molto difficile (ci si prova, con altri intenti, la rossa Joyce), ci riuscirà invece Kim, il cui ricordo fa vivere la creatura dell'Inventore per lo meno finché lei stessa sarà in vita. Lo spunto è felice, nulla di troppo costruito, nessuna simbologia che appaia indecifrabile. Molto invece di creativo, con cura dei personaggi (quelle pettegole e fatue provinciali) e delle singole reazioni, rispettando il mistero e il dramma del "diverso" (facendolo in più, altro merito di Burton, parlare con dolcezza e pochissimo), anche con qualche tocco che serve ad alleggerirgli in parte il ruolo, fino a sfiorare con garbo toni di bizzarria e comicità (quelle amene, rapidissime tosature di alberi, animali e persone). Edward è al centro della favola, ma lo è, al tempo stesso, della vita quotidiana, dove gli 'isolati esistono e si impongono a pieno titolo con pudore, coscienti e disperati'. Anche le parole conclusive della generosa Peggy, per la quale il 'castello dell'Inventore' appare l'unica serra in cui quei fiori umani possono vivere al riparo dai pericoli e dalle cattiverie altrui - parole amarissime - depurano la favola dagli incanti delle opalescenze e rammentano, a chi abbia più cuore che occhi, la cruda realtà. In questo il film rivela una spontaneità ed una onestà indiscusse. L'impegno era assai difficile: a volte si avverte come uno scollamento, là dove è capitato di scivolare nello stucchevole di certo stampo cinematografico (si vedano inizio e fine della vicenda, raccontata dalla nonna che appunto in essa si trovò parte in causa e che con l'eterno fascino del 'C'era una volta' la suggella). Sono soltanto nèi, che il fantastico consente e tollera senza eccessivi danni formali. La fotografia è interessante. Forse il castello lo è più nella grande sala laboratorio dell'Inventore Vincent Price, zeppa di aggeggi e incredibili macchinari e ferraglie stile '800 che nelle mura e torrette esterne, assai di maniera. Le forbici creano un turbinio lucente e minaccioso di compassi d'acciaio, una terribile protesi di cui il giovane e misurato attore Johnny Depp si avvale con abilità.

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