IL PULPITO

Valutazione
Discutibile, Complesso
Tematica
Genere
Allegorico
Regia
Francesco Pizzo, Pierluigi Ciriaci
Durata
85'
Anno di uscita
1993
Nazionalità
Italia
Titolo Originale
IL PULPITO
Distribuzione
Indipendenti Regionali
Soggetto e Sceneggiatura
Pierluigi Ciriaci, Francesco Pizzo, Claudio Sorgi da un'idea di Francesco Pizzo
Musiche
Fulvio Angius
Montaggio
Pierluigi Ciriaci

Sogg.: da un'idea di Francesco Pizzo - Scenegg.: Pierluigi Ciriaci, Francesco Pizzo, Claudio Sorgi - Fotogr.: (normale/a colori) Rado Likon - Mus.: Fulvio Angius - Montagg.: Pierluigi Ciriaci - Dur.: 85' - Produz.: Soimex Entertainment

Soggetto

in un piccolo convento dedicato a S.Giovanni Grisostomo, a piccolo sul Valnerina, e visibile dalla non lontana borgata di Visso, vivono nel 1500 quattro frati, tre effettivi e un novizio-converso, mentre un quinto frate, l'anziano fra' Michelangelo, è morente. Alla piccola comunità tagliata fuori dal mondo viene annunziato che il vescovo di Venezia, diretto a Roma in pellegrinaggio per celebrare l'anno santo, farà una sosta anche presso il loro sperduto convento. I frati attendono quell'arrivo con la grande speranza che il Vescovo possa ottenere loro dal Papa Alessandro VI il desiderato permesso di lasciare quelle mura per dedicarsi alla predicazione. Mentre dunque il giovane converso fra' Novello si dà da fare per riordinare gli ambienti e preparare una degna accoglienza all'illustre ospite, i tre effettivi, fra' Sermone, fra' Divino e fra' Nozione, uniscono l'assistenza al morente con dotte disquisizioni sulle qualità ottimali dell'evangelizzatore. Per uno è l'eloquenza, per un secondo la santità, per il terzo la conoscenza esatta della dottrina da predicare, l'ortodossìa. Morto l'anziano Michelangelo, i quattro – ultimati i preparativi – vegliano in attesa del Vescovo, cedendo infine involontariamente al sonno. Li sveglia una campanella nella notte: un messo li avverte che il Vescovo, appena riavutosi da un fastidioso disturbo, non potrà più sostare presso il convento, ma proseguirà subito per Roma. All'inizio alquanto sgomenti, i frati decidono poi di mettere a disposizione dei poveri le provviste tanto accuratamente preparate per il Vescovo ed il suo seguito.

Valutazione Pastorale

apprezzabile per l'ambientazione, la fotografia e i costumi, alcune soluzioni tecniche, la recitazione compassata dei tre monaci e quella sbarazzina del giovane converso, il film non lo è altrettanto narrativamente e tematicamente. Narrativamente infatti l'attesa del vescovo e i preparativi per accoglierlo sono resi visibili cinematograficamente quasi solo dal gran darsi da fare di fra' Novello, che pur riesce a lievitare l'incessante fatica con qualche monelleria, intermezzi giocosi, battute venate di umorismo primitivo, istintiva familiarità con la natura e gli animali, ottimismo e allegria. I tre saggi, invece – dai nomi fin troppo didascalicamente allusivi – attendono l'ospite con tutt'altro genere di preparativi, dissertando in maniera declamatoria sulle qualità ottimali del predicatore, come si trattasse di allenarsi per una prova d'esame atta a convincere il prelato dell'esistenza in loro di tutti i requisiti per essere predicatori e predicatori efficaci. Le tesi sostenute da ciascuno di loro sono ineccepibili – e anche questo è un pregio non trascurabile del film – ma cinematograficamente inesistenti, perché i tre si limitano a declamarle, e quel che è peggio, a declamarle intorno a un anziano confratello morente, sistemato su un ripiano di pietra, a metà tra tavolo anatomico da obitorio e spoglio altare in disuso. È una delle più prolisse sequenze del film perché i gesti che i tre aspiranti-evangelizzatori compiono intorno a lui (lavare il corpo, rivestirlo) danno più l'impressione che si tratti di un cadavere che di un morente, ma anche perché essi compiono tale opera di "misericordia corporale" discutendo imperturbabili sulle qualità del predicatore che dia garanzia di riuscire più immancabilmente efficace, senza che nessuno dei tre dimostri un minimo di umana partecipazione nei riguardi di un morente in preda allo spasimo dell'agonia. Forse più delle sviste di carattere storico, di costume, o di stile, più degli arbitri simbologici piuttosto maldestri che vengono proposti, nuoce tematicamente al film questa sorprendente assenza d'umanità, non a caso qualità mai nominata fra quelle che i tre monaci proclamano come indispensabili alla nuova evangelizzazione cui aspirano. Pur apprezzando dunque l'assunto veramente insolito dei due registi e pur riconoscendo l'ortodossia di quanto vien detto dai tre monaci, la correttezza del latino usato nelle citazioni e nel rito dell'unzione degli infermi, è doveroso dire che ciò che sopra tutto manca è proprio "il pulpito", non architettonicamente, ma nel senso di una predicazione veramente calata nel vissuto della gente e coinvolta in tutto ciò che la gente vive, soffre, spera o su cui cerca risposta. Assenza appena supplica – e ancora una volta verbalmente – dalla decisione finale della piccola comunità di destinare ai poveri quanto, pur con sacrificio e fatica, è stato raccolto per l'ospite mancato.

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