LA DEA DEL ’67

Valutazione
Discutibile, complesso
Tematica
Handicap, Psicologia, Rapporto tra culture
Genere
Metafora
Regia
Clara Law
Durata
118'
Anno di uscita
2001
Nazionalità
Australia
Titolo Originale
The goddess of 1967
Distribuzione
Fandango
Musiche
Jen Anderson
Montaggio
Kate Williams

Orig.: Australia (2000) - Sogg. e scenegg.: Clara Law, Eddie L.C.Fong - Fotogr.(Panoramica/a colori): Dion Beebe - Mus.: Jen Anderson - Montagg.: Kate Williams - Dur.: 118' - Produz.: Eddie L.C.Fong, Peter Sainsbury.

Interpreti e ruoli

Rose Byrne (BG), Rikiya Kurokawa (JM), Nicholas Hope (il nonno), Elise McCredie . (Marie)

Soggetto

Un hacker giaponese chiamato JM, appassionato di serpenti e rettili vari che alleva dentro casa, acquista in rete una Citroen DS del 1967, un modello così prezioso e ricercato da essere definito "Dea". Arrivato in Australia, sul luogo convenuto per il ritiro, ha una brutta sorpresa: il venditore ha da poco ucciso la moglie e poi si è tolto la vita. Tra mobili sottosopra e sangue sparso, JM nota una ragazza, che si fa chiamare BG: é cieca ma gli dice di essere in grado di portarlo dal vero proprietario del veicolo. Sulla Citroen color salmone, i due cominciano un viaggio attraverso le sterminate strade australiane in un paesaggio brullo e selvaggio. I due non hanno niente in comune, ma a poco a poco JM é attratto dal fascino della ragazza e resta incastrato nel piano che lei vuole portare a termine. BG infatti ha intenzione di ritrovare il padre che ha abusato di lei da bambina e di eliminarlo. Le cose, in realtà, sono ancora più complicate, e attraverso tre flashback successivi vengono ricostruiti i fatti avvenuti rispettivamente tre anni, dieci anni e trenta anni prima: momenti drammatici di rapporti familiari brutali vissuti anche dalla madre di BG. In un crescendo di risentimento e in un intreccio di parentele 'malate', BG arriva in un luogo abbandonato, entra in un cunicolo sotterraneo, dove abita un uomo che lei vorrebbe uccidere. Si appresta a farlo, quando all'improvviso JM le chiede di sposarlo.

Valutazione Pastorale

Nata a Macao, cresciuta professionalmente a Hong Kong e ora residente a Melbourne, la regista dice: "L'idea di partenza era: ognuno di noi cerca qualcosa, ma quasi sempre finisce per trovare qualcos'altro. Alla fine credo sia diventato invece un film sulla fede, sul fidarsi e sull'affidarsi agli altri. Perché senza fede non c'è confessione, senza confessione non c'é amore e senza amore non c'è umanità...". Propositi ambiziosi certo non del tutto disattesi: perché il viaggio esteriore negli immensi spazi australiani scava a poco a poco nei protagonisti angosce esistenziali che aprono la strada ad un più lacerante viaggio interiore, e la ragazza cieca 'vede' altre cose, che sono negate al suo compagno. Temi mistico-religiosi segnano il racconto in un clima tendente al fatalismo. Si tratta di argomenti sempre 'forti', sviluppati in modo qua e là eccessivo e confuso: il senso della colpa, del peccato, della debolezza, della solitudine. La metafora è evidente ma è detta con qualche disordine e incertezza: o forse è proprio riferita alla confusione, ad una sorta di difficile sintesi che la regista vorrebbe trovare tra tante differenti suggestioni culturali. Dal punto di vista pastorale, all'interesse per la finestra aperta su questi territori lontani e sul loro modo di rapportarsi con argomenti universali si contrappone, come si diceva, qualche eccesso letterario che induce a momenti artificiosi. Il film è da valutare come discutibile, e complesso per una certa difficoltà anche sul piano espressivo e del racconto. UTILIZZAZIONE: più che in programmazione ordinaria, il film si indirizza ad occasioni mirate, come esempio di cinema che riflette esperienze culturali complicate e divise tra antico e moderno. Da riservare ad adulti anche in caso di passaggi televisivi.

Le altre valutazioni

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