LA PESTE *

Valutazione
Discutibile, Complesso
Tematica
Male
Genere
Drammatico
Regia
Luis Puenzo
Durata
135'
Anno di uscita
1992
Nazionalità
Francia
Titolo Originale
LA PESTE
Distribuzione
Mikado Film
Soggetto e Sceneggiatura
Luis Puenzo liberamente ispirato al romanzo "La peste" di Albert Camus
Musiche
Vangelis
Montaggio
Juan Carlos Macias

Sogg.: liberamente ispirato al romanzo "La peste" di Albert Camus - Scenegg.: Luis Puenzo - Fotogr.: (normale/a colori) Felix Monti - Mus.: Vangelis - Montagg.: Juan Carlos Macias - Dur.: 135' - Produz.: Christian Charret, John R. Pepper, Jonathan Prince

Interpreti e ruoli

William Hurt (Bernard Rieux), Sandrine Bonnaire (Martine Rambert), Jean-Marc Barr (Jean Tarrou), Robert Duvall (Joseph Grand), Raul Julia (Cottard), Lautaro Murua (Padre Paneloux), Victoria Tennant (Alicia Rieux), China Zorigla, Norman Erlich, Monica Tozer, Marcos Woinsky

Soggetto

a Buenos Aires, preceduta da una mai vista così vasta invasione di topi, scoppia improvvisa una peste bubbonica, che assume rapidamente proporzioni catastrofiche. Con altri medici, il dottor Bernard Rieux - pur costretto a ricoverare in una clinica di Parigi sua moglie, l'amata Alicia, colpita dal male incurabile - non si sottrae al dovere di rimanere, al fine di arginare per quanto possibile, la terribile epidemia. Raggiunto dalla madre, che vuol restargli vicina. Rieux viene arrogantemente contrastato nel suo arduo impegno dalle autorità sanitarie del luogo, che - per ragioni politiche - -sono restìe ad ammettere l'esistenza del morbo. Le cure ai colpiti dalla peste, che Rieux assiste con una dedizione sconfinata e una professionalità mai disgiunta da una mirabile carica di umanità, non lo esimono dal seguire con indulgente simpatia Cottard, un ricercato dal passato oscuro, che gli è accaduto di assistere dopo un tentato suicidio: di prestare attenzione all'anziano Joseph Grand. che ha un curioso rapporto con i gatti del caseggiato e aspira a diventare scrittore, né di accordare benevolo interesse a Jean Tarrou, un cameraman francese, viveur insaziabile, a caccia di immagini insolite, e a Martine Rambert, la collega giornalista, tutt'altro che morigerata, eppur tenacemente nostalgica di un tale, con cui ha convissuto a Parigi e che ora la trascura. Mentre per scongiurare la crescente calamità, padre Paneloux, un prete del posto, organizza processioni e assilla in chiesa i fedeli con prediche sull'ira di Dio che li terrorizzano, il dottor Rieux non risparmia veglie e fatiche per assistere i malati e studiare nuovi possibili rimedi. Quando le autorità sanitarie decidono finalmente di intervenire, imponendo severe misure profilattiche e ordinando l'isolamento dei colpiti in lazzaretti-lager, l'apparentemente fatuo Jean Tarrou, sconvolto dagli effetti devastanti del morbo che va riprendendo con la sua telecamera va in crisi. La vita scioperata che conduce gli morde la coscienza, specie a confronto con il convulso prodigarsi di Rieux, giunto ormai allo stremo delle forze. Decide così di associarsi a lui nella lotta contro la peste, adoperandosi per raccogliere altri volontari. Anche padre Paneloux, abbandonato il suo tono da profeta di sventura, entra tra i volontari. Ma quando gli accade di assistere con Rieux e Tarrou alla morte straziante di un bambino, un piccolo cantore dalla voce d'angelo, rimane talmente turbato, da volerne condividere la sorte in maniera repentina e spettacolare. Martine appare a tutta prima indifferente, incredibilmente chiusa nel suo ostinato proposito di raggiungere l'immemore amato. Rieux cerca di farle lasciare la città-lazzaretto - da cui è vietato a tutti di uscire per non propagare l'epidemia - con l'aiuto di Cottard, che millanta conoscenze importanti, ma i cui tentativi falliscono. La donna insiste allora presso Rieux, che non le è indifferente per rendersi utile agli appestati, ma incontra il netto rifiuto del medico. Cottard le offre allora un ultimo espediente ambiguo per consentirle la fuga, fallito il quale, non trova di meglio che abbandonarla in un infernale lazzaretto-lager. Liberata fortunosamente da ll'estroso Joseph Land, quando l'epidemia è finalmente in declino, Martine assiste con lui, in preda all'angoscia, alla morte di Jean Tarrou ucciso dalla folle sparatoria di Cottard, che non sopporta la fine della peste, da cui contava di continuare a trar profitto.

Valutazione Pastorale

non si finisce mai di ripetere - e giustamente - che davanti a un'opera cinematografica che si ispira a un testo letterario non è ragionevole pretendere assoluta fedeltà al soggetto da cui parte, a motivo dell'ovvia differenza di linguaggio da un lato e della libertà del regista dall'altro. Nessuno infatti rimprovera a Luis Puenzo di trasporre i fatti narrati da Albert Camus, dagli anni quaranta agli anni novanta, né di averli voluti ambientare in America Latina anziché in Africa, e tanto meno di aver affidato a Sandrine Bonnaire la parte del giornalista. Ma quando rileggendo Camus ti rendi conto che il regista lo ripete alla lettera - a parte qualche dilatazione e qualche trascurabile sostituzione di personaggi - dai nomi dei protagonisti ai dialoghi, ai significati metaforici - ti pare d'aver diritto quantomeno a non veder distorti gli aspetti forse più profondi del romanzo dell'autore francese, quelli della ricerca metafisica, che inevitabilmente scaturisce nell'uomo che si interroga sul perché del male e della morte. "Lei crede in Dio, dottore"? fa chiedere Camus al fino a quel momento svagato Tarrou, e riferisce la risposta pensosa di Rieux, veramente in linea con l'onestà del personaggio: "No, sono nella notte, e cerco di vederci chiaro", sebbene aggiunga che, a differenza di Paneloux, preferisce "curare il male, prima di dimostrarne i vantaggi" spirituali. E quando a sua volta chiede al cameraman "che cosa lo spinga a occuparsi" degli appestati, si sente dare una risposta di tipo filantropico: "forse la mia morale ... la compassione"; salvo poi a sentirsi opporre dallo stesso Tarrou un perplesso "sì, ma le nostre vittorie sono sempre provvisorie" quando il cameraman lo sente dire che "forse val meglio per Dio che non si creda in lui, se l'ordine del mondo è regolato dalla morte, e che si lotti piuttosto con tutte le forze contro la Morte". Sono considerazioni di estrema gravità, che Luis Puenzo, pur fedele alla lettera al testo di Camus per tutta la – tutt'altro che breve - durata del film, non ha la forza (o la convinzione) di affrontare in tutto il peso. Né si dica che, se l'avesse fatto, il film non avrebbe mai avuto fine. Ben altre prolissità spettacolari e superfluità emotive e teatrali si sarebbero potute evitare, conferendo maggior rigore narrativo e ritmo più sostenuto al racconto filmico. C'è piuttosto da chiedersi se "erano da ciò le proprie penne", oppure se per tematiche di tale portata non sarebbe stato necessario un regista di altra levatura. Il messaggio che esce dal film è - in parte - pessimista e rinunciatario: l'ineluttabilità del male, l'inutilità di ogni sforzo umano per arginarlo e vincerlo, si tratti di peste o di crudele dittatura. Perciò Puenzo preferisce la resa melodrammatica di Padre Paneloux, facendolo coricare nella tomba accanto al bambino morto, e ricoprire da valanghe di terra, anziché valorizzare il suo "fratelli, bisogna essere colui che resta" della seconda predica, pronunciata "con tono di voce più dolce e riflessivo della prima", la sua confessione di mancanza di carità nel dire cose "che rimangono in parte vere" e la sommessa considerazione che gli attribuisce Camus: "L'amore di Dio è un amore difficile", sempre amore, comunque, e che conviene perciò "abbandonarsi alla volontà divina, anche quando è incomprensibile". Risposta di tutt'altro segno agli angosciosi interrogativi dell'umanità di tutti i tempi, da quella banalmente consolatoria che il regista dedica al suo eroe, il dottor Rieux: Alicia è morta, è vero, ma la peste è finita, e le carezze di Sandrine Bonnaire lo rincuorano.

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