URGA – TERRITORIO D’AMORE **

Valutazione
Accettabile-riserve, Realistico
Tematica
Ecologia
Genere
Drammatico
Regia
Nikita Mikhalkov
Durata
120'
Anno di uscita
1991
Nazionalità
Francia
Titolo Originale
URGA
Distribuzione
Mikado Film
Soggetto e Sceneggiatura
Nikita Mikhalkov, Roustam Ibraguimbekov Nikita Mikhalkov
Musiche
Eduard Artemiev
Montaggio
Joelle Hache

Sogg.: Nikita Mikhalkov - Scenegg.: Nikita Mikhalkov, Roustam Ibraguimbekov - Fotogr.: (panoramica/a colori) Villenn Kaluta - Mus.: Eduard Artemiev - Montagg.: Joelle Hache - Dur.: 120' - Co-Produz.: Camera One, Hachette Premiere, Ugc Images, Paris - Studio Trite, Mosca

Interpreti e ruoli

Bayaertu (Gombo), Badema (Pagma), Vladimir Gostukhin (Serguei), Larissa Kuznetsova (Marina), Babouchka (Babouchka), Bao Yongyan (Bourma), Wurinile (Bouin), Wang Zhiyong, Baoyinhexige, Nikolai Vachtchiline, Babouchka

Soggetto

negli anni settanta, Gombo, un rude allevatore che possiede una mandria di bovini, pecore e cavalli, vive nella steppa sterminata della Mongolia cinese, in una tenda-capanna, con la moglie Pagma, con l'anziana madre Babouchka e con tre piccoli figli, una vita non dissimile da quella condotta per millenni dagli aborigeni della sua terra fra quelle distese sconfinate. Immedesimato nella natura intatta, Gombo, cattura le prede dei suoi pasti rituali mediante la "urga", una specie di lazo, fissato alla sommità di una lunga pertica, che serve anche a segnalare il punto della steppa in cui sta avvenendo un accoppiamento d'amore, perché non venga disturbato. È qui che una volta Pagma tenta di resistergli, ricordandogli l'arbitrario divieto cinese che limita le nascite. Oltre che da questo assurdo divieto, i ritmi ancestrali della famigliola vengono un giorno turbati dall'eco lontana di un grido d'aiuto. A lanciarlo è Serguei, un bizzarro operaio russo che lavora in un cantiere che sta costruendo un'ampia strada attraverso la steppa. Preso da un colpo di sonno, Serguei è finito col suo camion fuori strada, proprio a pelo d'una grande distesa d'acqua. Soccorso da Gombo, entra fra comprensibili ritrosie a far parte di quella famiglia di primitivi, adattandosi progressivamente ai loro costumi e sforzandosi nel contempo di far loro intendere le diversità ambientali e di costume del mondo da cui proviene. È così che Pagma convince Gombo a recarsi in città, per procurarsi quell'incredibile ritrovato che sono i profilattici. Giunto in città sul camion di Serguei con un paio di cavalli, Gombo prova però vergogna ad acquistare gli anticoncezionali e torna a casa dopo aver comprato, al loro posto, una bicicletta ed un televisore; quanto ai profilattici, dirà alla moglie che erano finiti. Nasce così il quarto figlio che, cresciuto, racconta la fantasiosa ed emblematica saga della sua gente, ora che, al posto dell' "urga", si leva ormai sinistra nella steppa la ciminiera dell'era industriale.

Valutazione Pastorale

il regista russo Nikita Mikhalkov fedele alla scelta di non limitarsi a raccontare l'ovvio e scontato che cade sotto l'occhio di chiunque, ma di leggere all'interno e nel profondo della psiche dei suoi personaggi riesce a narrare suggestivamente questo addio alla steppa dei mongoli, nella quale il primitivo riusciva a vivere in armonia con la natura, i suoi misteri e i suoi ritmi, ignorando le complicazioni e le finzioni del civilizzato. Il quotidiano di Gombo è descritto con simpatia, anche nei dettagli crudi di certe scene che per il mongolo e la sua famigliola sono del tutto naturali, e viste senza ombra di gusto violento e sadico. I tocchi appena qua e là accennati per mettere in risalto il contrasto tra la vita sana e primitiva della steppa e i luccicanti allettamenti della città sono spesso di una straordinaria efficacia, con quel loro tono fra nostalgico ed affettuosamente ironico che li distingue; i personaggi sono disegnati con vivezza, sia quello riservato di Gombo, pur tra guizzi corruschi di impetuosità, sia quello estroso, bizzarro e cangiante di Serguei a suo modo lui pure primitivo e immediato specie nelle sequenze del suo riluttante piegarsi ai costumi e ai cibi della famiglia che lo ospita, e in quelle disarmate e clownesche in discoteca, col canto russo del quale reca tatuati sul dorso note e testo, canto nostalgico, che fa riflettere per un istante gli smemorati sull'inutile crudeltà delle guerre, e i pesanti condizionamenti del potere. Stupenda la scenografia continuamente ricorrente dell'immensità della steppa, densa d'imprevisti e di premonizioni e teso se pur misurato l'afflato lirico che pervade di toni or epici or lirici l'intero film, conferendogli caratteristiche inconfondibili.

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