La favola sull’inclusione di del Toro

GMCS n. 2: “La forma dell’acqua” di Guillermo del Toro, secondo appuntamento nel ciclo di film proposti dalla Cnvf e Ufficio comunicazioni sociali CEI per la 53a Giornata mondiale delle comunicazioni sociali

venerdì 8 febbraio 2019
Un articolo di: Massimo Giraldi, Sergio Perugini

“In virtù del nostro essere creati ad immagine e somiglianza di Dio che è comunione e comunicazione-di-sé, noi portiamo sempre nel cuore la nostalgia di vivere in comunione, di appartenere a una comunità. «Nulla, infatti – afferma San Basilio –, è così specifico della nostra natura quanto l’entrare in rapporto gli uni con gli altri, l’aver bisogno gli uni degli altri»”. Così scrive papa Francesco nel suo Messaggio per la 53a Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, «“Siamo membra gli uni degli altri” (Ef 4,25). Dalle social network communities alla comunità umana».
Questo bisogno di incontro, di una comunità accogliente e solidale ben si riscontra nel film del regista messicano Guillermo del Toro “La forma dell’acqua” (“The Shape of Water”) del 2018, una favola sociale a tinte gotiche che propone storie di periferie umane in cerca di attenzione e comprensione. La proposta si inserisce nel ciclo dei 18 film indicati dalla Commissione nazione valutazione film e dall’Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali della CEI per approfondire il tema del Messaggio del Santo Padre.

La favola dark di del Toro su dialogo e inclusione
Dopo la partecipazione alla 74a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia, dove ha ottenuto il Leone d’oro, “La forma dell’acqua” di Guillermo del Toro ha ottenuto consensi di critica e pubblico in molti Paesi, soprattutto tra Europa e America. Il film si è aggiudicato anche 4 Premi Oscar, forte di 13 candidature: miglior film, regia, scenografia e musiche originali firmate dal compositore francese Alexandre Desplat.
La storia. Siamo negli Stati Uniti nel 1962, in una stagione politica segnata dalla Guerra fredda con l’Unione Sovietica, con una diffusa paura di spionaggio e invasione. In campo ci sono la conquista dello spazio, la sicurezza nazionale e gli interessi a rimanere un Paese leader nello scacchiere geopolitico internazionale. In un laboratorio governativo di Baltimora, dove si conducono esperimenti segreti, lavora Elisa (Sally Hawkins), giovane donna delle pulizie muta. Durante un turno di lavoro, Elisa scopre che in una vasca è contenuta una creatura anfibia dalle sembianze quasi umane. C’è immediatamente soggezione e fascinazione, l’incontro tra due figure solitarie ed emarginate. Elisa vuole liberare la creatura, destinata a morte certa, mettendo in atto un piano insieme alla collega Zelda (Octavia Spencer) e al vicino di casa Giles (Richard Jenkins). È l’inizio di un’avventura adrenalinica, ma anche lo squadernarsi di un orizzonte di incontro e condivisione.

La struttura narrativa del film e la regia di del Toro
Il film è una commedia drammatica a tinte noir, ambientata negli Stati Uniti degli anni Sessanta. Nel delinearla Del Toro, regista e sceneggiatore, offre una bella caratterizzazione d’epoca, con una scenografi e una componente sonora sontuosa e avvolgente – coronati appunto dall’Oscar –, non tradendo mai il suo specifico narrativo. Nel corso degli anni, infatti, il regista messicano ha sempre messo in scena storie di taglio gotico e fantasy con incursioni nell’horror; tra i suoi titoli si ricordano “Hellboy” (2004), “Il labirinto del fauno” (2006) e “Crimson Peak” (2015). Grazie a “La forma dell’acqua”, che coniuga i toni dark con i contorni della favola, il regista riesce però a raggiunge un pubblico ancora più vasto, rendendo il suo immaginario più accessibile e coinvolgente.
“La forma dell’acqua” ha una narrazione avvincente, che mescola la tensione alla dolcezza delle atmosfere sognanti di quel periodo storico e alla poesia delle sfumature amorose. Inoltre, del Toro offre una bella fotografia del tempo, con tutti i suoi problemi, non servendosi di un esplicito realismo ma procedendo per metafore. La scrittura è solida e compatta, con passi davvero convincenti. A livello tematico troviamo molti spunti: c’è l’escluso, lo straniero, la paura del nemico. Una paura però che viene superata proprio da chi è messo ai margini della società, dalla muta Elisa insieme all’afroamericana Zelda; Elisa si mette in gioco senza esitazione per salvare la creatura umanoide, per opporsi al suo sfruttamento e per regalargli il sogno della libertà. Elisa tende la mano e traccia il perimetro della comunità includente.

La sequenza e il richiamo al tema della 53a GMCS
Dopo la scoperta della misteriosa creatura, Elisa prova a trovare un punto di contatto. Trascurando un primo timido tentativo condividendo parte del proprio cibo, un uovo sodo, il vero momento di incontro avviene attraverso la musica e il linguaggio dei segni. Elisa utilizza la musica, le sue vibrazioni e armonie, per cogliere l’attenzione dell’“altro”, mettendo anche in campo il linguaggio dei segni, che difatti diventa un nuovo codice di comunicazione condiviso. Nasce così un momento poetico dove la paura lascia il posto alla fiducia. Dunque, arte, comunicazione, media e oggi la Rete, se utili a costruire ponti di dialogo e di inclusione, rappresentano allora «una risorsa», come sottolinea il Papa nel suo Messaggio: «Se la rete è occasione per avvicinarmi a storie ed esperienze di bellezza o di sofferenza fisicamente lontane da me, per pregare insieme e insieme cercare il bene nella riscoperta di ciò che ci unisce, allora è una risorsa».

Valutazione pastorale della Cnvf
Quante persone, di non elevata preparazione ma di indiscusso valore sociale erano nascoste nei meandri di luoghi di lavoro tra spreco e sacrificio, eseguendo ordini senza ribattere e senza protestare, ma osservando, ascoltando e pensando? L’America a cavallo tra ’50 e ’60 era così, popolazione ordinata e insieme capace di reazioni, e soprattutto di sogni. Al sogno si affida Elisa, donna delle pulizie quando per caso si imbatte in uno strano essere tra il mostruoso e il pauroso, che viene tenuto nascosto e isolato con la prospettiva di eliminarlo. Il senso di protezione scatta immediato. Elisa prende per l’imprevista creatura anfibia una infatuazione come un sentimento di difesa e di protezione, che la induce a fare qualcosa per salvargli la vita. Sulla presenza di un “altro”, diverso e tale da incutere paura, si snoda il racconto. Che gioca a corrente alternata sulla diffidenza, sul timore mai sopito dei nemici sconosciuti dell’America, sui cittadini di diversa definizione, sul pericolo “comunista” più che mai incombente. Elisa, all’inizio timida e poi via via più coraggiosa, affronta i rischi di una reazione seria e spavalda, una prova di forza che gli mette contro il capo/padrone. E’ bravo del Toro a scandire dentro i toni di una favola dai colori neri e paurosi i ritmi di una tensione forte e incontrollabile, tra durezza e amarezza esistenziale. Il film scorre pieno di suspense, di angoscia, di aperture verso un cambiamento, alleggerito da colori forti, da un clima “noir” con molti fremiti e paure inconsce. Ne esce un ritratto di un’America anni Sessanta serio e credibile, anche se plasmato dalla visionarietà onirica della fiaba. Diretto con polso e vigore creativo notevoli, il film ha ottenuto a Venezia quel Leone d’oro che ha segnato il definitivo lancio del regista messicano a livello internazionale. Dal punto di vista pastorale, il film è da valutare come consigliabile, problematico e adatto per dibattiti.

LA FORMA DELL’ACQUA -THE SHAPE OF WATER

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