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GMCS n. 15: “A Private War” di Matthew Heineman, quindicesimo film del ciclo Cnvf e Ufficio comunicazioni sociali CEI per la 53a Giornata mondiale delle comunicazioni

mercoledì 15 maggio 2019
Un articolo di: Massimo Giraldi, Sergio Perugini

“Se internet rappresenta una possibilità straordinaria di accesso al sapere, è vero anche che si è rivelato come uno dei luoghi più esposti alla disinformazione e alla distorsione consapevole e mirata dei fatti”. Così papa Francesco nel Messaggio per la 53a Giornata mondiale delle comunicazioni sociali 2019, ritornando sul tema della corretta informazione dopo il Messaggio del 2018 dedicato al tema «La verità vi farà liberi (Gv 8,32). Fake news e giornalismo di pace». La Rete è una grande opportunità per il settore dell’informazione e per la comunità stessa, garanzia di accessibilità anche nelle situazioni più spinose come conflitti e guerre. Una possibilità che va sempre gestita però con responsabilità e deontologia.
Un ritratto di giornalista in prima linea nel dare la notizia, anche quella più scomoda perché legata a pagine brutte della recente storia umana, è “A Private War” (2018) di Matthew Heineman, che racconta la vicenda professionale e personale di Marie Colvin, uccisa nei territori siriani nel 2012 sotto i bombardamenti. Il titolo è la quindicesima proposta del ciclo di 18 film individuati dalla Commissione nazione valutazione film e dall’Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali della CEI per approfondire i temi del Messaggio del Papa.

“A Private War”, biopic su Marie Colvin
È morta il 12 febbraio 2012 a Homs, in Siria, sotto i bombardamenti, la giornalista statunitense Marie Colvin, corrispondente del “Sunday Times”. Marie era una cronista d’assalto, al seguito di drammatici conflitti tra l’Afghanistan e il Medio Oriente; la sua storia è stata raccontata da Marie Brenner sulle colonne della rivista “Vanity Fair”. A quel testo si è ispirato il regista Matthew Heineman, che ha scritto e diretto il film “A Private War”. L’opera racconta gli ultimi dieci anni della giornalista, dal ferimento a un occhio nei territori asiatici alle istantanee di vita londinese, dando ampio spazio alle trasferte in Iraq, Libia e Siria.

Il ritratto scomodo di una penna coraggiosa
Straordinaria assolutamente è l’interpretazione dell’attrice Rosamund Pike, candidata anche all’Oscar nel 2019 nella categoria miglior interprete protagonista. La Pike tratteggia con vigore, energia e sofferenza la figura di Marie Colvin, che ha sacrificato tutto, vita privata compresa, pur di dare la notizia, pur di accendere un faro sulle vite tragiche dei civili di guerra, di coloro che sono costretti a subire le conseguenze dei conflitti e che non hanno voce per ribellarsi.
La vita di Marie Colvin è riproposta attraverso i momenti più incalzanti e rischiosi che il mestiere le faceva vivere. Non essendosi mai sottratta ai rischi della guerra, Marie ha affrontato a viso aperto il pericolo della morte pur di dare la notizia. Marie ha scelto di restare dalla parte degli ultimi, raccogliendo il loro grido e amplificandolo.
Il film propone con realismo e incisività le pagine di guerra recente in Medio Oriente, ma soprattutto consegnando la lucida fotografia della vita della reporter, sempre zaino in spalla e taccuino in mano. Una professione così amata dalla Colvin, che però le ha sottratto tutti i colori della vita. Marie portava con sé gli orrori della guerra, i volti degli innocenti, da cui non riusciva poi a liberarsi una volta tornata a casa. L’esistenza nella metropoli londinese, nel confortevole mondo occidentale, le stava stretta; non era infatti una giornalista da scrivania ma da strada, sempre pronta a mettersi in cammino. E quei volti sofferenti dei civili di guerra erano per lei una molla per andare avanti, per non arrendersi al torpore e alle comodità.
La regia di Matthew Heineman, contando sulla performance incisiva e a tratti fagocitante di Rosamund Pike, ha saputo trovare una via solida e convincente per declinare il racconto, provocatorio e misurato insieme. Heineman coniuga bene l’adrenalina rumorosa dei territori di conflitto con l’assordante silenzio delle giornate londinesi. Un’opera dove sceneggiatura e regia trovano un buon equilibrio. Nell’insieme il film “A Private War” è da valutare dal punto di vista pastorale come complesso, problematico e adatto per dibattiti.

Valutazione pastorale Cnvf
Morta il 12 febbraio 2012, Marie Colvin è stata dal 1985 al 2012 corrispondente del settimanale inglese “Sunday Times”, seguendo tutti i conflitti più rischiosi e delicati. La sua storia è stata inizialmente raccontata da Marie Brenner sulla rivista “Vanity Fair” con l’articolo “Marie Colvin’s Private War”. A questo testo ha fatto riferimento il regista Matthew Heineman per sceneggiare il copione che racconta gli ultimi dieci anni della giornalista, dal ferimento a un occhio nei territori asiatici, alle frizioni nella redazione londinese, ai viaggi continui e stressanti nelle zone di guerra. Si capisce che Marie ha fatto la scelta di affrontare a viso aperto il pericolo della morte pur di dare la notizia al momento giusto e richiamare l’attenzione sulle vittime civili delle guerre. In tal modo, Marie ha continuato di fatto a restare dalla parte degli ultimi, aiutando con la penna e con la voce una ribellione altrimenti impossibile. Film asciutto e intenso che, dal punto di vista pastorale, è da valutare come complesso, problematico e adatto per dibattiti.

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