Venezia76: i “nostri” Leoni d’Oro. Miglior film è “J’accuse” di Polanski, attori Phoenix e Cruz. Attenzione per Guédiguian e l’esordiente Murphy

sabato 7 settembre 2019
Un articolo di: Massimo Giraldi, Sergio Perugini

Chi sarà il vincitore del Leone d’oro? In queste ore tutti, tra addetti ai lavori e appassionati, si chiedono chi porterà a casa il premio più ambito della 76ª Mostra del Cinema della Biennale di Venezia, assegnato dalla giuria presieduta dalla regista argentina Lucrecia Martel. Occhi puntati sulla cerimonia di chiusura alle ore 18.45 in diretta sul canale Rai Movie. Nell’attesa come Sir e Commissione nazionale valutazione film (Cnvf) della Cei, avendo raccontato per 11 giorni film ed eventi del Festival, tracciamo un bilancio del concorso Venezia 76, scommettendo sui “nostri Leoni”.

Leone d’oro a “J’accuse” di Polanski
Nonostante una partenza in salita per il film “J’accuse” di Roman Polanski, per alcune polemiche con la presidente della giuria di Venezia 76, il film sul caso Alfred Dreyfus nella Francia di fine ‘800 ha una riconoscibile potenza visiva e narrativa, confermandosi una lezione di grande cinema. Racconta uno scandalo politico-giudiziario del passato, riuscendo però a trovare una carica di forte attualità sui temi della verità e contro ogni manifestazione di intolleranza. Jean Dujardin offre un’interpretazione magistrale, da premio, ma si trova di fronte al Joker di Joaquin Phoenix. Qualora a Polanski venisse assegnato un altro premio, il Leone d’oro potrebbe incoronare Steven Soderbergh (“The Laundromat”), Todd Phillips (“Joker”) o anche l’Italiano Pietro Marcello (“Martin Eden”).

Leone d’argento miglior regia a Shannon Murphy
Due sole registe in gara, Haifaa al-Mansour con “The Perfect Candidate”, bella favola sociale sui diritti delle donne in Arabia Saudita, e l’esordiente australiana Shannon Murphy con il dramedy su famiglia, adolescenza e malattia “Babyteeth”. Proprio quest’ultima potrebbe colpire la giuria per la capacità di raccontare con intensità e originalità una lotta tra vita e morte, tra sofferenza e speranza. Un ritratto di giovani sul crinale dell’esistenza, che si abbracciano per farsi forza e sostenersi. La giuria di Venezia 76 potrebbe essere convinta da questo sguardo audace e giovanile, di senso. Il film ha già ottenuto il premio cattolico internazionale Signis; nella motivazione si legge: “(…) La morte rimane un mistero, ma l’amore sboccia dalla morte, e la famiglia dalle emozioni paralizzate diventa un’autentica comunità d’amore”.

Gran premio della giuria a Guédiguian o Soderbergh
Anche se non compreso da tutti, il film del francese Robert Guédiguian “Gloria Mundi” meriterebbe un premio speciale per le urgenti tematiche affrontate e per la regia così attenta a cogliere l’affanno degli ultimi. Lo scenario in cui si muove Guédiguian è lo stesso di Ken Loach e dei fratelli Dardenne, ossia cinema di impegno civile che dà volto e voce agli scartati, ai precari del lavoro che danno battaglia per arrivare a fine mese. Un film non perfetto, ma di chiara onestà e intensità. Seppur rappresenti un viaggio nelle pieghe della sofferenza quotidiana, il film regala una luce di speranza con la figura della nonna, interpretata con rara bravura da Ariane Ascaride, e dalla neonata Gloria, per cui tutti si sacrificano”. Sulla stessa linea, tra denuncia e attenzione ai cittadini, è il film statunitense “The Laundromat” di Steven Soderbergh, che meriterebbe lo stesso premio. Soderbergh stupisce per la sua versatilità e per la capacità di prendere di petto, tra inchiesta e ironia, lo scandalo dei Panama Papers. Supportato da una sempre magistrale Meryl Streep, il film affronta un tema spinoso e complesso, rendendolo accessibile a tutti con grande padronanza e scioltezza narrativa.

Marcello o Guerra per il premio speciale della giuria
La Mostra di Venezia ha anche un premio speciale. Pensando ai 21 titoli del concorso, ci sentiamo di puntare su “Martin Eden” dell’italiano Pietro Marcello oppure “Waiting for the Barbarians” del colombiano di Ciro Guerra. Il primo prende le mosse dall’omonimo romanzo di inizio ‘900 dello scrittore statunitense Jack London; Marcello lo adatta all’Italia del XX secolo, mostrando il volto disperato e sognatore di chi cerca di emergere dalle periferie della vita grazie a istruzione e amore per la letteratura. Lo slancio audace e positivo si interrompe con amarezza, dinanzi a una società sorda e rigida. Marcello compone una denuncia poetica nei confronti della società, di ieri e di oggi. Ancora, con “Waiting for the Barbarians”, dal romanzo del premio Nobel John M. Coetzee, il colombiano Guerra offre un racconto altrettanto metaforico che sa parlare all’oggi. È un’opera che evidenza come le paure e l’intolleranza per il prossimo, per il lontano e diverso, generi mostri incontrollabili nella comunità. È stato già insignito della menzione speciale della giuria cattolica Signis.

Coppa Volpi a Joaquin Phoenix e Penélope Cruz
Non c’è dubbio e non ci dovrebbero essere sorprese. La Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile è per lo statunitense Joaquin Phoenix, protagonista assoluto del film “Joker” di Todd Phillips. Non era un’impresa facile la sua, dare volto credibile all’antagonista di Batman interpretato già con efficacia da Jack Nicholson e Heath Ledger. Phoenix fa un lavoro straordinario, di imbarazzante bravura, scavando nei traumi infantili e nelle violenze subite dal comico squattrinato Arthur Fleck, che cedendo alla disperazione angosciante abbraccia la pistola e vira in maniera fosca vero il folle Joker. Un racconto, come abbiamo già sottolineato, visivamente suggestivo e intrigante, ma dalla dimensione problematiche per eccessi di violenza e assenza di “vie di fuga” narrative dalla vendetta. Tra le attrici la partita è più aperta. Ci sono infatti la diva cinese Gong Li nell’affascinante noir “Saturday Fiction” di Lou Ye così come la casalinga disperata Meryl Streep in “The Laudromat”. Noi ci sentiamo però di puntare sulla sempre intensa Penélope Cruz nel film “Wasp Network” del francese Olivier Assayas. La Cruz dona pathos e densità di sentimenti a una narrazione forse troppo incalzante; la sua è un’espressività luminosa e dolente che conquista.
C’è poi il Premio Marcello Mastroianni per il miglior debutto. Se non è possibile assegnarlo alla sorprendente Eliza Scanlen per “Babyteeth” – ha già lavorato in alcune serie tv –, il verdetto della giuria potrebbe cadere su Petr Kotlár, struggente bambino protagonista della dramma storico dalla violenza indicibile “The Painted Bird” di Václav Marhoul.

Migliore sceneggiatura a “Marriage Story”
Lo statunitense Noah Baumbach ha scritto e diretto “Marriage Story”, mélo che richiama “Scene da un matrimonio” di Bergman ma in salsa americana, tra New York e Los Angeles. Sorretto da un cast talentuoso e in grande forma, Scarlett Johansson e Adam Driver, il film meriterebbe il riconoscimento per la miglior sceneggiatura, per qualità di scrittura e intensità dei dialoghi di due trentenni che si amano, ma non riescono più a vivere insieme.

Articolo originale pubblicato su Agenzia Sir

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