Dagli Oscar alle sale italiane il dramma “The Father” e il film denuncia “Una donna promettente”

venerdì 14 Maggio 2021
Un articolo di: Sergio Perugini

Ai 93. Oscar entrambi i film hanno ottenuto la statuetta come miglior sceneggiatura, originale e non. Paliamo di “The Father” di Florian Zeller con Anthony Hopkins – anche lui premiato con l’Oscar per la miglior interpretazione, il secondo in carriera dopo “Il silenzio degli innocenti” (1992) – e di “Una donna promettente” (“Promising Young Woman”) di Emerald Fennell con Carey Mulligan. Due opere tra le più acclamate della stagione 2020-21 che arrivano ora nei cinema italiani. “The Father” racconta la malattia mentale di un ottantenne come un giallo psicologico, un viaggio nelle stanze della mente di un uomo che va smarrendo volti e ricordi. Il secondo, “Una donna promettente”, mette a tema la violenza sulle donne con una carica di denuncia che coniuga stile graffiante a lampi pop; un tema doloroso, urgente, gestito con originalità e senza sconti. L’universo maschile ne esce sconfitto, purtroppo senza appello. Il punto dei film in sala con Cnvf-Sir.

“The Father” (al cinema dal 20 maggio)
In principio c’è una pièce teatrale del 2012, “Le père”, scritta dallo stesso Florian Zeller. L’autore francese classe 1979, dopo il successo riscosso nei teatri di Londra e New York, ha deciso di portare il progetto al cinema firmando sia la sceneggiatura – a quattro mani con Christopher Hampton, noto per “Le relazioni pericolose” (1989) – che la regia, segnando il suo esordio dietro alla macchina da presa. Nonostante gli stop and go richiesti dalla pandemia, “The Father” alla fine si è imposto all’attenzione internazionale correndo per i principali riconoscimenti tra cui Golden Globe, Bafta e soprattutto gli Academy Awards (sei nomination, due le statuette vinte).
La storia: Anthony (Anthony Hopkins) è un uomo di 81 anni che vive solo in un elegante appartamento di Londra; passa a trovarlo sistematicamente la figlia Anne (Olivia Colman, sempre inappuntabile!). La donna gli annuncia il desiderio di un cambiamento di vita, l’imminente trasferimento a Parigi per seguire un nuovo amore. Anthony è scosso, non solo dalla notizia, ma dal fatto che la sua quotidianità vacilli senza più controllo: la casa gli appare ogni giorno diversa, e persino la figlia Anne sembra assumere atteggiamenti o connotati alterati. Tutto è sfumato, disorientante, angosciante…
Sorprende e atterrisce il film “The Father”, in primis per la cifra con cui l’autore racconta il divampare della malattia mentale in un uomo anziano, il deragliamento nelle praterie della demenza senile. Zeller mette a tema un argomento di forte attualità con una prospettiva abbastanza originale e inedita: non c’è infatti ricatto emotivo, non figurano stanchi stereotipi da mélo. Affatto. Il registro drammatico vira sul sentiero del giallo psicologico: nel film gli spettatori sono accanto ad Anthony nel suo disorientamento; si interrogano sulle anomalie cui l’uomo assiste. Progressivamente ci si accorge di essere nelle stanze della mente dell’uomo, chiamati a provare, come in uno sguardo in soggettiva, lo sconforto e la paura di chi vede sfumare via tracce della propria esistenza. La malattia è spietata e inclemente, non ci sono ripari.
E se Zeller mostra notevole capacità nel gestire tanto il copione quanto la regia, grande merito del successo di “The Father” è riconducibile di certo a Anthony Hopkins, che abita il personaggio con misura e incisività, esplorandone i vari stati d’animo. Sul suo volto vediamo infatti scorrere scariche di ilarità, ironia, asprezza, sconforto, paura, e infine il turbamento dell’impotenza, un pianto indifeso dinanzi a fragilità irreparabili. “The Father” è un’opera che si lascia apprezzare, e non poco, muovendosi come un magnetico thriller delle emozioni, che rifugge da pericolose scivolate melense. Dal punto di vista pastorale “The Father” è da valutare come consigliabile, problematico e per dibattiti.

“Una donna promettente”
Non può lasciare indifferenti neppure “Una donna promettente” (“Promising Young Woman”), opera prima dell’attrice e sceneggiatrice londinese Emerald Fennell (classe 1985); il suo esordio alla regia è stato ugualmente folgorante come quello di Florian Zeller, con cui ha condiviso sei candidature agli Oscar, vincendo alla fine la statuetta per la sceneggiatura originale.
“Una donna promettente” esplora un tema noto, drammatico, di stringente attualità: le violenze, verbali e fisiche, cui le donne sono spesso esposte ai nostri giorni. Qui la Fennell parte da una storia circoscritta, che si apre poi a una riflessione di ampio respiro. Stati Uniti oggi, Cassie (Carey Mulligan) è una ragazza sulla trentina che lavora in una caffetteria dopo aver interrotto bruscamente i promettenti studi in medicina. Non ha amici, non ha un fidanzato, e i suoi genitori sono preoccupati perché vedono la giovane donna bloccata in un torpore inspiegabile. Ma una spiegazione c’è: Cassie si tormenta per la morte della sua più cara amica, Nina; durante una serata al campus universitario Nina è stata violentata da un gruppo di studenti ubriachi. Cassie quella notte non era con lei. Oltre dunque a non darsi pace per questo, Cassie è sconfortata dal fatto che i responsabili del crimine siano rimasti impuniti. Da allora ha come suo unico pensiero la vendetta, contro quegli uomini e in generale contro tutti quelli che abusano delle donne…
Non devono trarre in inganno i lampi pop o i colori fluo del racconto, perché il binario narrativo su cui corre “Una donna promettente” è quello del film denuncia che unisce dramma e ironia feroce. È un asciutto atto d’accusa verso gli uomini spregiudicati, che bollano atti di violenza verso le donne come semplici bravate. Cassie appare come un giustiziere che prova a mettere alla gogna uomini piccoli e senza scrupoli. Il problema è che nel film non si salva proprio nessuno: l’orizzonte maschile tutto è sotto accusa, unica eccezione il padre di Cassie. E forse tale aspetto è un po’ il limite del racconto.
Detto questo, “Una donna promettente” è un’opera senza dubbio potente e interessante, che non fa sconti alla faciloneria con cui nella società odierna spesso si considerino le violenze sulle donne, tra apprezzamenti non richiesti o veri e propri assalti sessuali. Molta della forza del racconto si deve all’interpretazione di Carey Mulligan (candidata all’Oscar per il ruolo), attrice inglese meravigliosa che mette in campo una gamma di sfumature intense e credibili. Condensa sul volto della protagonista Cassie rabbia, amarezza e delusione. La donna custodisce la sua fragilità sottopelle e si muove nel mondo fuori, in quel mondo che le ha strappato l’amica Nina, con risolutezza e voglia di vendetta.
Già, la vendetta… Il film è puntellato dal rischio di essere sopraffatto da un senso diffuso di vendetta più che dal grido urgente di giustizia. In verità, l’opera squaderna un bisogno di pace e di perdono. In alcuni passaggi, si scorgono anche dei chiari richiami religiosi o persino cristologici, tutti riconducibili proprio alla figura di Cassie, che seppure camuffata da inflessibile giustiziere a ben vedere segue una personale, dolorosa, Via Crucis che richiama non poco quella di Walt Kowalski nel film “Gran Torino” (2009) di Clint Eastwood; Cassie si incammina lungo il sentiero, la salita, che porta alla verità, e in un certo senso alla riconciliazione. Nonostante qualche soluzione visiva-narrativa poco convincente, “Una donna promettente” è un film importante e di notevole impatto, destinato ad allargare l’orizzonte della riflessione sul tema delle violenze. Dal punto di vista pastorale “Una donna promettente” è da valutare come complesso, problematico e per dibattiti.

Articolo disponibile anche sul portale dell’Agenzia SIR

The Father. Nulla è come sembra

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