18.000 GIORNI FA

Valutazione
Accettabile, Semplicistico
Tematica
Genere
Storico
Regia
Gabriella Gabrielli
Durata
98'
Anno di uscita
1994
Nazionalità
Italia
Titolo Originale
18.000 GIORNI FA
Distribuzione
Istituto Luce, Italnoleggio Cinematografico
Soggetto e Sceneggiatura
Roberto Leoni, Gabriella Gabrielli
Montaggio
Gianfranco Amicucci

Sogg. e Scenegg.: Roberto Leoni, Gabriella Gabrielli - Fotogr.: (normale/a colori) Erico Menczer - Mus. Gianfranco Plenizio - Montagg.: Gianfranco Amicucci - Dur.: 98' - Produz.: Maximago

Interpreti e ruoli

Maurizio Donadoni (Moshe), Silvia Cohen (Miriam), Massimo Foschi (Salvatore), Alfredo Pea (Pasquale), Gianfranco Barra (Marrari), William Berger (Rosen Baud), Franco Interlenghi (Padre Callisto), David Brandon, Gianfranco Barra, Pier Paolo Capponi, Ubaldo Lo Presti, Franco Diogene, Giovanni Visentin, Natalia Leoni

Soggetto

nel 1942 dal campo di concentramento di Treblinka in Polonia, fugge fortunosamente Moshe, che con una tradotta di soldati italiani prima arriva al Brennero, dove lo arresta la polizia poi viene tradotto al campo di internamento Ferramonti, nel paese di Tarsia, in Calabria. Qui vi sono internati ebrei e oppositori del regime: il direttore è molto umano e comprensivo ed anche i compagni di prigionia, a parte qualche screzio iniziale, sono tolleranti. Al contrario il federale, plagiato dalle leggi razziali, non perde occasione di manifestare il suo antisemitismo: non avendo altro modo di peggiorare le condizioni già grame dei prigionieri, ottiene dal Prefetto l'ordine di far abbattere, con la complicità del medico, anch'esso personaggio poco rispettabile, tutti i cani ospitati nel campo, tra cui lo spinoncino adottato dalla piccola Blume, una bimba che si è affezionata ben presto a Moshe. L'evolversi della guerra fa scarseggiare sempre più il cibo, che diviene così un'esigenza pressante, e la situazione è aggravata dall'arrivo di altri profughi ebrei, provenienti da Rodi. Tra questi c'è la giovane Miriam, che si affeziona a Moshe. Dopo le dimissioni di Mussolini il nuovo direttore si reca a Roma, per prendere ordini, accompagnato da Moshe. Intanto al campo solo uno stratagemma di Padre Callisto, il cappellano del campo, salva i prigionieri da un rallestramento tedesco. A Roma è il caos, ma il direttore, pur costretto a rimanere al ministero, trova il modo di procurare un ordine di scarcerazione per tutti i detenuti del Ferramonti. Sarà Moshe a portarlo avventurosamente al campo, dove potrà riabbracciare Miriam e la piccola Blume.

Valutazione Pastorale

Simon Viesentahl fa una breve apparizione in testa al film per ribadirne la veridicità e sottolineare la differenza tra nazismo e fascismo. Durante quegli anni molti ebrei sono stati aiutati, salvati o nascosti nel nostro paese, ma certamente una vicenda come quella di Ferramonti torna ad onore di certe qualità del popolo italiano. Vengono in luce, accanto a quelli deteriori, anche i lati migliori di questo popolo, l'umanità e la capacità di comprensione del prossimo. Sul valore morale del contenuto del film non ci sono dubbi: si tratterebbe di un film raccomandabile, se purtroppo la sua confezione non lasciasse molto perplessi. Innanzitutto, a parte il medico ed il maresciallo, resi efficacemente da smaliziati caratteristi, tutti gli altri personaggi, pur interpretati da attori professionisti, vengono diretti dalla regista con tecniche che rasentano l'amatoriale: vi sono poi sequenze, (su tutte quella dell'uccisione dei cani, che vuole rivestire alto valore emblematico), che rasentano il risibile, proprio per l'ingenuità tecnica con cui sono realizzate (non vi è infatti nulla di più pericoloso, nel comico come nel tragico, di non saper raccontare: le barzellette finiscono per far piangere, e le tragedie per far ridere). Peccato, perchè la vicenda contiene, come premesso, una nutrita serie di risvolti morali, civili, umani, psicologici che oggi più che mai potrebbero servire da monito ed ammaestramento per tutti. Un film certamente accettabile, ma anche una valida occasione mancata.

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