GLI ZOCCOLI D’ORO

Valutazione
Discutibile, Crudo
Tematica
Genere
Drammatico
Regia
Nouri Bouzid
Durata
104'
Anno di uscita
1990
Nazionalità
Tunisia
Titolo Originale
LES SABOTS EN OR
Distribuzione
Istituto Luce, Italnoleggio Cinematografico
Soggetto e Sceneggiatura
Nouri Bouzid
Musiche
Anoar Braham
Montaggio
Kahena Ateia

Sogg. e Scenegg.: Nouri Bouzid - Fotogr.: (panoramica/a colori) Youssef Ben Youssef - Mus.: Anoar Braham - Montagg.: Kahena Ateia - Dur.: 104' - Prod. Cinetelefilm, Tunisi France Media, Paris - Vietato ai minori degli anni quattordici

Interpreti e ruoli

Hichem Roston (Youssef), Hamadi Zabrouk (Sghaier), Mshkat Krifa (Zeineb), Fethi Eddaovie (Abdu Allah), Sabah Bouzouita (Fatma), Farah Kadar (Raja), Saida Ben Chedii (Madre di Youssef)

Soggetto

trent'anni dopo l'indipendenza del proprio Paese - la Tunisia - Youssef Soltane viene rilasciato al termine di anni di torture e detenzione. È un intellettuale, oppositore di sinistra, quarantacinquenne, che - dopo le esaltazioni e gli entusiasmi delle ideologie - non può ora che constatarne il fallimento. L'integralismo islamico appare trionfante. Nella lunga notte dell'Achoura, l'uomo in crisi cerca vanamente punti di riferimento. L'amante borghese Zineb lo delude. Pochi mesi prima del rilascio gli è morta la moglie Fatma. Youssef rivive il proprio passato, rivisitando luoghi e ricordi, ammettendo gli errori suoi e quelli del movimento di cui faceva parte, ma incontrando solo delusioni e macerie. Nella vecchia casa vive ancora la madre; i suoi tre figli (un maschio e due femmine) non vi abitano più e vivono altrove, ormai autonomi e liberi da ogni indottrinamento. Sono quasi degli estranei (il maggiore di essi aspira ad emigrare in Francia per studiarvi medicina). Sembra ad Youssef che nessuno abbia bisogno di lui e di idee politiche, rivelatesi velleitarie e fallimentari e in più egli si scontra con il fratello Abdullah, un veterinario, da sempre duro di carattere e integralista fanatico. Al reduce deluso non resta che l'ammirazione e l'amicizia di un vecchio tessitore - Sghaier - già suo compagno di avventure ed ex combattente in Indocina per la Francia, il quale guarda a lui come ad un profeta. Ma Youssef non ha più né la carica, né il carisma per esserlo davvero: gli manca l'energia, qualche ora di amore con una certa Nana non lo soddisfa, i ricordi terribili della prigione si traducono in incubi. Totalmente disilluso, egli brucia il manoscritto della sua autobiografia, assicura al figlio la partenza per Parigi e abbandona il sopravvisuto Sghaier. Proprio mentre un bel cavallo bianco dell'amante Zineb (ferito ed impossibilitato di correre) viene mandato al macello (e con quel cavallo pare all'uomo di identificarsi), Youssef si uccide. Anche se, nei pochi versi di un canto che conclude il film, vi è la fiducia che corsieri (e sognatori) hanno zoccoli d'oro.

Valutazione Pastorale

film politico, probabilmente in buona parte anche autobiografico. Storia di illusioni e disincanti, di ideali sofferti pagando duramente di persona e poi caduti come ali stanche. Lungo viaggio durante una notte invernale, piena di incubi e di constatazioni amare, vissuta da un intellettuale di sinistra tunisino, rilasciato dopo anni di torture ignominiose nelle carceri di quel Paese. Sognatore e perdente, fiducioso nella sterzata di una Tunisia su cui gravano l'eredità del colonialismo ed il peso di tradizioni e strutture ancestrali e per la quale fanatismi e integralismo di marca islamica sono partiti all'attacco, l'uomo soffre nelle idee e negli affetti, finché alla sua sconfitta non resta altro rifugio che il suicidio. La regia di Nouri Bouzid ha inteso marcare le stigmate di un tale dramma politico ed esistenziale, dandogli come spazio e cornice una notte (quella dell'Achoura nella cultura islamica), in cui il reduce, rivivendo ideali e ricordi fra i più dolorosi e crudi, urta senza soste contro una realtà amara ingenerosa, se non irridente. Non c'è che un poveraccio - il fedele Sghaier - a venerarlo come profeta per tempi nuovi. Tutto procede per incastri fra passato e presente, ma l'operazione è affastellata e insistita e manca spesso di chiarezza e delle indispensabili censure, quando si voglia far ricorso ad una osmosi del genere. Evidente è la volontà di proporre un riesame degli errori compiuti in sede di valutazione politica, oltre che di ambizioni, rivelatesi improponibili ed irrealistiche. Chiara del pari la denuncia dei rischi e pericoli, che gli eccessi di un integralismo implica per certi paesi, già sottoposti a regimi coloniali, poi dichiarati liberi ed indipendenti, ma senz'altro in preda a vive lacerazioni religiose e culturali. L'insieme è un po' macchinoso, molte cose sono assai grezze dal punto di vista filmico e l'amarcord politico del protagonista risulta non di rado o ripetitivo, o lamentoso. Ma il film non difetta di interesse, malgrado personaggi assai stereotipi. Youssef alterna delusioni e scoramenti a isterismi e stati-convulsivi. Ma la sua è una ben triste notte, tutto gli crolla addosso, le torture subite gli bruciano ancora e si capisce bene che recalcitri: come quel cavallo bianco ferito in cui lui si identifica, che si impunta sugli zoccoli davanti agli accessi del mattatoio di Tunisi. Non poche e pesanti le crudezze.

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