IL TRITTICO DI ANTONELLO *

Valutazione
Discutibile, Realistico
Tematica
Genere
Drammatico
Regia
Francesco Crescimone
Durata
106'
Anno di uscita
1993
Nazionalità
Italia
Titolo Originale
IL TRITTICO DI ANTONELLO
Distribuzione
Indipendenti Regionali
Soggetto e Sceneggiatura
Francesco Crescimone, Maria Vera Civello, Faustina Morgante Francesco Crescimone
Musiche
Massimo Benedetti
Montaggio
Alessandro Corradi

Sogg.: Francesco Crescimone - Scenegg.: Francesco Crescimone, Maria Vera Civello, Faustina Morgante - Fotogr.: (panoramica/a colori) Domenico Ciampanella - Mus.: Massimo Benedetti - Montagg.: Alessandro Corradi - Dur.: 106' - Produz.: TTCE Golem

Interpreti e ruoli

Lydia Alfonsi (Saveria), Lorena Benatti (Vera), Lorenza Indovina (Martina), Adriana Alben (Anna), Pino Amendola (Stefano), Luigi Amedeo (Saverio), Ettore Toscano (Saro Avila), Marcello Perracchio, Biagio Barone, Tino Belloni, Mirella Barone, Angelo Arrabito, Carmela Buffa Calleo

Soggetto

(PRIMO EPISODIO) FEBBRE. Nel 1864, una fiera e irriducibile Vera, confinata nell'isolato casale di Rafforosso perché rifiuta il matrimonio-riparatore con Attilio l'insignificante nobiluomo che l'ha resa incinta, è innamorata di Saverio, un convinto aderente all'utopia dei "Fasci dei Lavoratori", che vive nascondendosi a causa dello Stato d'Assedio decretato dal ministro Crispi per stroncare il movimento. Dopo un segreto incontro con l'amato, al quale assiste il piccolo Carmine, ingenuamente affezionato alla donna, Vera decide di seguirlo e di condividerne l'avventura e i rischi, perché affascinata dagli ideali –senza dubbio generosi, ma donchisciotteschi- del movimento, d'ispirazione socialista, che rivendica misure legislative avveniristiche in favore dei lavoratori rurali e minerari in miseria, a causa del disumano sfruttamento cui vengono sottoposti. Al momento dell'incontro, però Saverio, viene misteriosamente assassinato, e Vera con la nascita di Saveria, deve piegarsi suo malgrado alle nozze aborrite. Per il piccolo Carmine la partenza di Vera e Saveria segna la fine dell'infanzia. (SECONDO EPISODIO) FURORE. Nel 1944 nel clima esasperato di fine guerra, quando il movimento separatista siciliano –scoppiato in opposizione agli ultimi sussulti della monarchia sabauda e alle impopolari iniziative del generale Badoglio- si sta sgretolando nel suo tessuto composito, contraddittorio e scordinato, Saveria, la figlia di Vera, anche lei al riparo della non più fiorente masseria di Rafforosso, in volontario ritiro, dedita alle sue traduzioni e all'istruzione dei piccoli Rosa e Iano, figli di un mezzadro, (dopo aver conosciuto il professor Canepa, primo comandante dell'Esercito Volontari Indipendenza Sicilia, caduto in un'imboscata) simpatizza per il movimento separatista. Ma quando scopre, relegati in una stalla abbandonata del casale, otto carabinieri sequestrati dai separatisti e tenuti in ostaggio in cambio del loro comandante, cambio mai deciso, avverte i contrasti che decidono il movimento –che intuisce senza futuro- e non può fare altro che indurre le parti avverse a un trattamento meno disumano, presentendone il comune destino di morte. (TERZO EPISODIO) FIELE. Martina, una pronipote di Saveria, è una ragazza psicolabile, forse a motivo di un trauma infantile. Il professore Frati, padre di Martina, prima di morire, ha curato una raccolta di quadri d'arte, di cui fa parte anche il trittico di Antonello. Ora alla masseria di Rafforosso, Anna la vedova –sentimentalmente legata a Stefano ancor vivente il marito- è impegnata con l'amante all'allestimento di una mostra sul defunto marito, da cui si attende non trascurabili vantaggi economici. Anna avverte una specie di trasporto di Martina per Stefano, e incoraggia l'amante ad assecondarlo, nella speranza che tale passione possa aiutare Mertina ad uscire dal suo stato di anoressia. Ma nel bel mezzo di un rapporto passionale con lui, Martina lo respinge, presa da forte senso di repulsione. Gli contrappone Biagio, un giovane il cui mondo contraddittorio la incuriosisce senza conquistarla. Uscirà dal tunnel in cui vive come murata, nonostante le cure dei sanitari, i tentativi materni e la comprensione del vecchio Iano, solo dopo aver assistito a un documentario sui riti propiziatori della gente contadina: una ragazzina deve attraversare le fiamme che avvolgono un manichino di strega, per raggiungere il padre che l'aspetta al lato opposto. Martina intuisce di dover affrontare consapevolmente il "fuoco" che la isola dalla realtà, per liberarsi dai condizionamenti che la inceppano e costruire il proprio futuro con la stessa determinazione di altre due donne del casato, Vera e Saveria, vissute in tempi precedenti.

Valutazione Pastorale

tre donne siciliane, appartenenti al medesimo casato, sono al centro –nell'arco di un secolo- di tre diverse storie di passioni, inquietudini e aspirazioni di una Sicilia dimenticata e come cancellata dalla memoria a causa del prevalere di fenomeni più tenebrosi e terrificanti, come la mafia, il terrorismo, la criminalità. I titoli delle tre storie sono presi da un saggio di Giuseppe Zagarrio, FEBBRE, FURORE, FIELE; il titolo del film da un trittico della scuola di Antonello da Messina, che fa da sfondo a una parete della masseria di Rafforosso, scelta come unità di luogo delle tre storie, e forse allusivo a situazioni, drammi, persone presenti in ogni epoca dell'umanità: il trittico reca al centro il tradimento di Giuda, ai lati il martirio di S. Sebastiano e la siciliana S. Lucia, colei che vede e dona luce. Dopo tanti film sulla Sicilia fatti da non siciliani, questo "Trittico di Antonello" del cinquantacinquenne siciliano Francesco Crescimone, presenta indubbiamente scorci di tempi diversi di una Sicilia più credibile, volutamente "minore" e mai entrata di diritto nella storiografia ufficiale. Ed è anche culturalmente pregevole in rapporto alla produzione italiana corrente, ed artisticamente apprezzabile nei suoi vari momenti. Narrativamente, però, si presenta intricato e non agevolmente leggibile, vuoi perché non piccola parte del racconto è affidata alla parlata fitta e stretta, in un siciliano popolare semidialettale di difficile comprensione; vuoi perché alle storie delle tre donne s'intrecciano vicende parallele di personaggi minori, affidate talvolta all'interpretazione volenterosa, ma non sempre efficace, di attori non professionisti. L'impressione generale è che il regista abbia la mano felice quando rievoca ambienti e memorie della propria infanzia, personaggi e costumi di una ricca galleria familiare, arredi e dettagli d'epoca e che una sensibilità non comune gli consenta di dar vita a figure femminili d'innegabile spessore psicologico e temperamentale: inconfondibili la fierezza inflessibile di Vera e la determinazione impavida di Saveria; ma non meno vigile l'attenzione del regista nei confronti della fragile Martina e del mondo permissivo e fatuo dentro il quale si aggira smarrita, non si sa se più a causa delle proprie condizioni psicologiche o di una società senza princìpi e senza freni, che non riesce ad offrirle nessuna sicurezza. In Martina il regista sembra adombrare la Sicilia di oggi, resa passiva dal succedersi di fatti terroristici sanguinosi e da un clima intimidatorio paralizzante, ma pur sempre anelante a un riscatto morale liberatorio che le consenta di ritrovare la fierezza delle proprie radici. Il sottofondo socio-politico è invece quasi sempre più "detto" che cinematograficamente rappresentato, e appare piuttosto confuso.

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