LA VITA E NIENTE ALTRO *

Valutazione
Accettabile-riserve, Realistico
Tematica
Guerra, Male
Genere
Drammatico
Regia
Bertrand Tavernier
Durata
135'
Anno di uscita
1990
Nazionalità
Francia
Titolo Originale
LA VIE ET RIEN D'AUTRE
Distribuzione
Titanus Distribuzione
Soggetto e Sceneggiatura
Jean Cosmos, Bertrand Tavernier e Scenegg.: Jean Cosmos, Bertrand Tavernier
Musiche
Oswald D'Andrea
Montaggio
Armand Psenny

Sogg.: e Scenegg.: Jean Cosmos, Bertrand Tavernier - Fotogr.: (scope/a colori) Bruno De Keyzer - Mus.: Oswald D'Andrea - Montagg.: Armand Psenny - Dur.: 135' - Produz.: Hachette Premier, G. AB Film, A2 Sofinerge, Investimag

Interpreti e ruoli

Philippe Noiret (Dellaplane), Sabine Azema . (Irene), Pascale Vignal (Alice), Maurice Barrier . (Mercadot), Francois Perrot (Perrin), Jean-Pol Dubois (Anore), Daniel Russo (Trevise), Michel Duchaussoy (Generale Villerieux)

Soggetto

sulle pianure di Verdun, ancora due anni dopo la fine della prima guerra mondiale, il Maggiore Dellaplane continua nell'arduo, penosissimo compito affidato all'Ufficio da lui diretto: quello di identificare non solo i tanti reduci accolti in ospedali ed edifici di fortuna, ma i morti e i dispersi dell'immane massacro. Un giorno, fra i familiari in gramaglie che arrivano da tutte le parti per riconoscere corpi sfigurati e piccoli oggetti personali, capitano sul luogo due donne. Una è Alice, maestra di un non lontano paese, in cerca del fidanzato François, l'altra Irene, ricca, elegante e altezzosa borghese, la cui famiglia (industriali che la guerra ha arricchito) capeggiata da un senatore, insiste perchè sia ritrovato il marito di lei, del quale poter essere fieri davanti al Paese. Contemporaneamente, l'Ufficiale che lavora con Dellaplane è da questi incaricato, per ordine ricevuto, di trovare e raccogliere un cadavere, purchè indubitabilmente francese, che il Governo ha già destinato a memoria imperitura sotto l'Arco di trionfo di Parigi. Mentre si fa urgente la ricerca del futuro Milite Ignoto, continua quella delle due donne, ora a contatto con l'angosciante, cruda realtà soprattutto di un cantiere di scavo e di raccolta, aperto nei pressi di una galleria ferroviaria minata dai tedeschi che tuttora naconde un intero treno della Croce Rossa. Il Maggiore, che odia la guerra e detesta i politicanti, ma svolge con puntiglio il suo difficile compito, raccoglie e raffronta innumerevoli dati, concernenti caduti e smemorati, affinchè morti e dispersi abbiano almeno diritto al loro nome. Attorno a lui e ai suoi genitori si danno da fare individui che per danaro si occupano di tutte le pratiche susseguenti, oltre che scultori più o meno noti, poichè ogni Comune ha i suoi morti (e se non li ha è capace di inventarseli), pur di avere sulla piazza, scolpite sul marmo o sulla pietra, vittorie, aquile e bandiere. Fra gli artisti spera di trovar lavoro un giovane disegnatore, di cui Alice farà presto ad innamorarsi, soprattutto allorchè quel fidanzato morto potrebbe essere (come brutalmente le rivela Dalleplane) un uomo sposato. Quanto ad Irene l'odore della morte e i contatti umani incideranno su di lei. Tanto più che quel Maggiore così pungente e ruvido, ma generoso, le sembra trasformato per mille piccole premure. Mutilato di guerra, divorziato e tanto brusco, in non più di tre giomi Dellaplane appare quasi un altro uomo. Eppure, quando, convinta della inutilità della ricerca di un uomo che ha capito di non amare, decide di ripartire, Irene pone Dellaplane davanti ad una scelta di vita e per sempre, sfidandolo a dirle "io ti amo", l'altro avverte il peso dei propri anni, esita e si ritrae, quasi intimidito e sgomento. Dopo che le spoglie di un Ignoto sono state finalmente onorate, con vessilli e Autorità presenti, il Maggiore lascia l'Esercito e si ritira da pensionato in una sua proprietà fra i boschi e vigneti a fare il gentil uomo di campagna. È da là che ad Irene, ora residente negli Stati Uniti, egli scrive un giorno una lettera amichevole e sincera, per dirle quelle tre parole che non aveva osato pronunciare a Verdun, assicurandola che nè l'età, nè la lontananza potranno mai inquinarne la intensità ed il significato.

Valutazione Pastorale

incredibile come un film dove aleggia e ristagna il fetore della morte - e dunque angosciato e funerario - riesca ad essere un inno alla vita. Rispettando il titolo, ce ne dà un esempio paradigmatico Bertrand Tavernier, inquadrando in una cornice sicuramente lugubre l'odio contro la guerra, il disprezzo verso ogni retorica trionfalista e, ad un tempo, la certezza che fiori e speranze tornano pur sempre a sbocciare. Tema insolito ed arduo, spesso disagevole all'impatto, proposto con le crude immagini di una realtà agghiacciante: le bombe inesplose sotto gli aratri di nuovo in opera, i volti e le gramaglie dei vivi alla ricerca di indizi e di piccoli oggetti d'uso comune - una fede nuziale, una gamella con iniziali rozzamente incise, uno specchietto, un portafoglio logoro, ma fortunatamente cifrato anch'esso. Una realtà a tratti anche graffiante e spruzzata di cinismo (i monumenti freddi e pomposi, l'affarismo spicciolo e impietoso, le grandi bandiere e i riti ufficiali, ad esaltare il sacrificio, ma più ad esorcizzare la Morte). Insolito il tema e straordinario il personaggio del Maggiore, che della Morte è il puntiglioso contabile. Ossessionato dal compito affidatogli, egli, che detesta la guerra, si rifiuta all'idea che le vittime del grande massacro scompaiano inghiottite dalla voragine dell'anonimato. Memorizzatore di infimi dettagli, archivista di brandelli e testimonianze, ruvido ma di gran cuore, Dellaplane rischia anche la pelle con i genitori e soldati mussulmani, poichè il suo sogno è di non chiudere in rosso quell'orrendo bilancio di indagini. In fondo, la cerimonia dell'Ignoto lo infastidisce. Per lui, ogni caduto o disperso per la follia altrui ha diritto almeno alla identificazione e al nome. Figura specialissima, egli campeggia nel fango del post-Verdun come l'Angelo della ricerca e della mernoria viva come testimonianza di una "pietas" di altissima moralità. Con la sua interpretazione, Philippe Noiret ha offerto ad un film coraggioso e di grande impegno civile un contributo di rarissimo livello. Più fragile senz'altro l'altro filone, quello dei sentimenti e non nel rapporto fra la maestra ed il suo nuovo ragazzo (appunto perchè la vita continua), ma per quello fra la sprezzante e levigata parigina ed il brusco, ma non insensibile Ufficiale. Qui la plausibilità rischia di non essere condivisa perchè 72 ore di incontri, di ripicche, di cortesie da un lato e di altezzosità dall'altro possono sembrare troppo poche a scatenare nell'uomo pulsioni segrete (e gelosie) e a spingere Irene addirittura ad una offerta di amore, che viene rifiutata, per timidezza o sgomento. A ben guardare, però, la profferta di Irene è una vera sfida, ancora una volta un appello per una scelta di amore e di vita, coerentemente al tema fondamentale, quasi a lasciarsi alle spalle massacri e cadaveri, per ricominciare da capo, ma diversamente e più coscientemente. Ma Dellaplane, tanto acceso quanto timido e solitario, non afferra l'attimo fuggente, che quella donna bella e vitale gli addita, ora che essa è e si sente veramente libera da vincoli e falsità e più umana, dopo tutto ciò che ha visto e capito fra tante creature colpite dal dolore. Il Maggiore avverte la propria età, sa che resterà più che mai solo e si rifugia tra gli alberi che ama: da lontano le assicura il proprio sentimento, intenso e molto più che amichevole, quale la maturità gli consente. E anche questa è vita: un fiore spuntato nel fango e sulle tante, troppe ceneri. Nuoce al film una indubbia lunghezza, oltre che qualche forzatura di tono, forse più beffarda che iconoclasta (l'orchestrina nella Chiesa durante la celebrazione della Messa). Seducente, raffinata e sempre brava Sabine Azèma nel ruolo della giovane vedova. Indovinati e accurati molti dettagli, magnifica la resa fotografica, adeguatamente mesta la colonna sonora.

Le altre valutazioni

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