Proposta numero dieci per l’anno della Fede

venerdì 5 Luglio 2013
Un articolo di: Redazione

Poco dopo aver girato “Au Hazard Balthazar”, nell’autunno dello stesso 1966 Robert Bresson torna dietro la macchina da presa e lavora a “Mouchette”. Sedici anni dopo  “Il diario di un curato di campagna”, il secondo incontro con George Bernanos avviene sulle suggestioni del romanzo  “Nuova storia di Mouchette”, scritto nel 1936. E’ la storia di un’adolescemte di 14 anni “che vive, col fratello ancora in fasce e i genitori intristiti dall’alccol e dagli stenti, in un paese agricolo della Provenza”. In una notte di tempesta Mouchette si rifugia in una capanna in compagnia del guardiacaccia Arsène. L’uomo approfitta di lei, la ragazza tace, anzi tiene il segreto. Crede che lui sia  morto, ma poi apprende che era tutta una finta. “Avvolta in un abito bianco, Mouchette si dirige allora verso il fiume e qui si annega”.  La parabola di Mouchette è quella di una vittima inconsapevole del male del mondo, al quale si abbandona nella totale incoscienza di se e degli altri. Lo sguardo di Bresson trova nell’apparente freddezza la forza per dividere il fatalismo dalla rassegnazione, per seguire  con appassionevole pietà il cammino della giovane e per mostrarla come degna della preghiera di tutti.  Ancora oggi  Mouchette è figura che ci resta dentro e ci resta attaccata come vittima dell’inerzia e della complicità di molti, punto di partenza per costruire riscatto e umanità alla luce di una spiritualità autentica e di  una fede appassionata.

La scheda del Centro Cattolico Cinematografico precisa: “Il dramma di Mouchette è raccontato in maniera stilisticamente rigorosa e perfetta con una esemplare fusione di sceneggiatura, interpretazione e realizzazione tecnica.  GIUDIZIO MORALE:  Attraverso il personaggio di Mouchette -rappresentato con dolente pietà- il film condanna la mancanza di amore e di umanità, la grettezza di un mondo sordido materialmente e arido moralmente. In questo contesto, il suicidio della povera ragazza assume un valore simbolico, di riscatto del male.  Esso, e l’intera opera, richiedono però nello spettatore una completa maturità di giudizio. Per adulti maturi”.  (Segnalazioni Cinematografice, vol. LXIV, 1968, pag. 139).


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