RoFF18, “Misericordia” di Emma Dante e “Cottontail” di Patrick Dickinson

venerdì 27 Ottobre 2023
Un articolo di: Sergio Perugini

Terza regia cinematografica per Emma Dante. Alla 18a Festa del Cinema di Roma la drammaturga palermitana presenta “Misericordia”, adattamento della sua omonima opera teatrale del 2020. Uno sguardo intenso e livido su un giovane orfano, Arturo, cresciuto da una comunità di prostitute in un mondo popolato da uomini miseri e predatori. La regista di “Via Castellana Bandiera” e “Le sorelle Macaluso” firma un’opera fosca e dolente, rischiarata dalla tenerezza e dalla solidarietà di queste donne che proteggono il giovane Arturo dalla corruzione del mondo. Ottime le interpretazioni di Simone Zambelli e Simona Malato. È invece un’opera prima il dramma familiare “Cottontail” del britannico Patrick Dickinson con protagonista l’attore giapponese Lily Franky, tra gli interpreti di riferimento del cinema di Hirokazu Kore’eda. È la storia di un viaggio padre-figlio, dal Giappone all’Inghilterra, per dare sepoltura alla moglie scomparsa. Un esordio controllato, marcato da poesia. Il punto Cnvf-Sir.

“Misericordia” (Cinema, 16.11)

La regista palermitana Emma Dante dopo essersi imposta in maniera riconoscibile sulla scena teatrale, da ormai un decennio ha avviato anche fruttuose incursioni nel cinema. Nel 2013, infatti, partecipava in Concorso alla 70a Mostra del Cinema della Biennale di Venezia con “Via Castellana Bandiera”, conflitto sociale al femminile con Elena Cotta (Coppa Volpi miglior attrice) e Alba Rohrwacher; nel 2020 di nuovo in Concorso a Venezia con “Le sorelle Macaluso”, struggente cronaca familiare al femminile, diario di un gruppo di sorelle piegate dalla tragedia e disperse dalla vita. Protagoniste Donatella Finocchiaro e Simona Malato. A distanza di tre anni, la drammaturga partecipa alla 18a Festa del Cinema di Roma con il suo nuovo film, “Misericordia”, ancora una trasposizione da un suo testo teatrale. Protagonisti Simone Zambelli, Simona Malato, Tiziana Cuticchio, Milena Catalano e Fabrizio Ferracane. Sarà nei cinema dal 16 novembre con Teodora Film.

La storia. Costa siciliana oggi, una prostituta che ha appena dato alla luce un bambino, Arturo, viene percossa fino alla morte. Il piccolo viene accudito e cresciuto dalle amiche della madre, anche loro prostitute, all’interno di una comunità-accampamento dove regna sì il degrado e il disordine, ma anche una certa tenerezza. Arturo, che nel tempo manifesta anche una disabilità mentale, cresce comunque nell’affetto sotto gli occhi premurosi di Nuzza, Bettina ed Anna. Quando le pressioni e le crudeltà del loro sfruttatore si fanno più insistenti, le donne si interrogano su come portar via Arturo da quel luogo malato…

Emma Dante colpisce duro, tratteggiando un racconto amaro, amarissimo, dove le donne sono sfruttate, violate, oggetto di desiderio e possesso, mentre gli uomini sono quasi tutti feroci predatori, volti miseri e grigi. Lì, in mezzo a quello scenario disgraziato, da fine del mondo, un bambino porta tracce di innocenza e candore. L’orfano Arturo si muove nella baraccopoli con sguardo giocoso e sognante. E nonostante le sue membra crescano rapidamente, l’animo di Arturo rimane bambino, complice la disabilità. Arturo sembra così un “fanciullino musico”, richiamando Pascoli, portatore di lampi di speranza là dove non sembra esserci più nulla, in una terra abitata da corruzione e rassegnazione. La regista Emma Dante compone un affresco umano tragico, disperante, dove l’unica nota luminosa è affidata al legame materno-protettivo che queste tre prostitute – Nuzza, Bettina e Anna – dimostrano verso Arturo, quel figlio lasciato in dote da una di loro spezzata dalla strada, da uomini avidi. “Misericordia” è un film che accosta (neo)realismo e denuncia, con inserti qua e là di poesia livida. L’opera possiede di certo carattere, stile e spessore, anche se la regia della Dante risulta meno compatta e a fuoco rispetto ai titoli precedenti. Ottime le interpretazioni, soprattutto di Zambelli e Malato. Film complesso, problematico, per dibattiti.

“Cottontail”

Un viaggio della speranza sulle note del lutto. È questo il tracciato del film anglo-giapponese “Cottontail”, opera prima del britannico Patrick Dickinson. Protagonista è Lily Franky, attore visto nei principali successi del regista nipponico Hirokazu Kore’eda, “Father and Son” (2013) e “Un affare di famiglia” (2018). Nel cast anche Ciarán Hinds, Ryo Nishikido, Tae Kimura, Rin Takanashi e Aoife Hinds. “Cottontail” è un film che mette a tema la morte, il lutto, il legame padre-figlio e il cammino di riconciliazione con la vita.

La storia. Tokyo oggi, Kenzaburo è un uomo sulla sessantina appena rimasto vedovo: ha perso l’amore della sua vita, Akiko, dopo una lunga malattia invalidante. Come ultimo desiderio la donna ha chiesto che le sue ceneri vengano sparse nelle acque del lago Windermere in Inghilterra. Sofferente e incapace di affrontare la situazione, Kenzaburo si accorda con il figlio trentenne per esaudire le ultime volontà di Akiko. Partono così per l’Inghilterra con un fardello di silenzi accumulati nel tempo. Il viaggio si rivelerà sia una dura prova emotiva per entrambi ma anche un’occasione per rimettersi in partita con la vita…

Un film dolente, “Cottontail”, ma irrorato di diffusa poesia. Al suo esordio alla regia Patrick Dickinson dimostra di avere una chiara idea di cinema, una puntuale traiettoria stilistica. Il tema non è di certo nuovo, anzi ampiamente esplorato tra cinema e serie Tv, ma a fare la differenza sono lo stile di racconto, le performance degli interpreti, in primis Lily Franky, come pure una scrittura capace di valorizzare le differenze tanto emotive quanto culturali tra i personaggi. Lungo il viaggio di Kenzaburo e di suo figlio, che occupano inizialmente una posizione distante, divergente, rispetto al dolore, il regista Dickinson è bravo nel costruire un parallelismo con una coppia di inglesi, un padre vedovo (il sempre bravo Ciarán Hinds) e sua figlia (Aoife Hinds), che si trovano a fronteggiare il medesimo dolore, un lutto bruciante in famiglia, mettendo però in campo complicità e dialogo. Ancora, in maniera efficace Dickinson si serve di ricorrenti flashback per ritessere la storia d’amore tra Kenzaburo e sua moglie Akiko, dal primo incontro alle fasi più drammatiche della malattia. “Cottontail” risulta un’opera minuta, circoscritta, che acquista però densità e fascino grazie al suo svolgimento, alle suggestioni messe in campo dall’autore, in primis l’abile alternanza tra viaggio fisico e interiore dei protagonisti, un cammino di liberazione dalla sofferenza e riconnessione con la vita. Un racconto dolente e raffinato. “Cottontail” consigliabile, problematico, per dibattiti.

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