54GMCS: “The Farewell”, rigenerarsi nell’abbraccio familiare

martedì 21 Aprile 2020
Un articolo di: Massimo Giraldi, Sergio Perugini

“The Farewell. Una buona bugia” di Lulu Wang scelto dalla Cnvf per la 54a Giornata delle comunicazioni. Dramedy tra memoria familiare e identità culturale

Cadere e rialzarsi, ripartendo dalla famiglia, dal riannodare i fili della propria memoria e delle tradizioni culturali. È il filo rosso della commedia a inserti drammatici “The Farewell. Una buona bugia” (“The Farewell”, 2019) della giovane regista Lulu Wang, passata con successo al Sundance Film Festival e alla 14a Festa del Cinema di Roma. Il film si inserisce nel ciclo di proposte della Commissione nazionale valutazione film della CEI per riflettere sul Messaggio di papa Francesco per la 54a Giornata mondiale delle comunicazioni sociali.

Giovane errante in cerca di risposte
Stati Uniti oggi. Billi (Awkwafina) è una giovane donna di origini cinesi, ma americana di adozione. È cresciuta nella terra a stelle e strisce, perché i suoi genitori si sono trasferiti lì in cerca di fortuna e per offrire alla loro unica figlia un avvenire promettente. Oggi Billi ha trent’anni ma si trova su un binario morto, con poche certezze sul futuro. All’improvviso si apre la possibilità di un viaggio in Cina, per fare visita alla propria famiglia. L’occasione è purtroppo la malattia della nonna Nai Nai (Shuzhen Zhao), donna cui i familiari hanno deciso di nascondere le informazioni sulla gravità della sua salute. Anche Billi decide di stare al gioco, con non poche riserve, perché ama sua nonna e vorrebbe concederle il tempo di congedarsi con dignità e consapevolezza dalla vita. Inizia così un gioco delle parti, una farsa, per tenere sottotraccia la verità. O almeno così pare…

Va dove ti porta il cuore…
Una piccola grande sorpresa è questo “The Farewell. Una buona bugia” (2019) di Lulu Wang, presentato in anteprima in Italia alla 14a Festa del Cinema di Roma. Un film di matrice indipendente firmato da una giovane autrice di Boston che, come la protagonista, abita due differenti culture, quella americana e quella cinese. Alternando toni mélo a esplosioni di umorismo garbato, il film si muove su due direttrici. Anzitutto quella dello sguardo introspettivo, personale. Billi vive un momento di crisi, di smarrimento, perché sente la propria vita a un bivio, crocevia che sembra però aprire a strade che non portano a nulla. Non lavora, non riesce a mantenersi da sola nell’appartamento in affitto, non ha legami; non si sente capita poi dai genitori. E in tutto questo arriva la triste notizia che la nonna Nai Nai è malata; sì quella nonna, quel legame affettivo, tra i più solidi e luminosi nella sua memoria familiare e nella sua crescita. Billi è stordita, confusa, ma non vuole rimanere con le mani in mano. Vola allora anche lei in Cina, come i suoi genitori, perché vuole stare accanto alla nonna per il tempo che resta. Però deve fingere, perché nessuno dice come stanno le cose alla nonna. Questo a Billi non va a genio, ma non può mettersi contro tutta la famiglia. E allora decide, controvoglia, di accettare il compromesso. E questi inattesi giorni con la nonna Nai Nai le ridanno la memoria del cuore, il tesoro di ricordi preziosi, quelli in cui era una bambina e poi una ragazza spensierata. Cosa si è spento nella sua vita, nella sua esistenza da adulta? Per Billi, lo stare con la nonna, significa calzare vecchie scarpe, ma anche scarpe comode e sicure, che sanno esattamente dove andare, che conoscono la via buona per il domani, per riconciliarsi con se stessa con uno sguardo fiducioso. Ancora, il secondo livello narrativo riguarda il cortocircuito culturale, identitario; tema che si interseca anche con la biografia della regista. In Billi c’è l’emblema della comunità dispersa, divisa tra due società, due orizzonti culturali. Un essere a metà, che genera inadeguatezze e deragliamenti. Negli Stati Uniti, in una grande metropoli a doppia velocità, Billi vive nel progresso, con tutto a disposizione, ma anche nella solitudine più bruciante; quando la ragazza torna alle radici, in Cina, dove tutti i suoi cari vivono, lì assapora davvero il senso di appartenenza e l’abbraccio di una comunità coesa, includente. È un piccolo gioiello questo film di Lulu Wang, un racconto che si mantiene sempre fluido, avvolgente nonché profondo, capace di tenere agganciato lo spettatore, regalando commozione e momenti di gioiosa leggerezza. Dal punto di vista pastorale, “The Farewell” è senza dubbio consigliabile, problematico e per dibattiti.

In evidenza, un momento del film
“The Farewelll” è un film che si inserisce perfettamente sul binario del Messaggio di papa Francesco per la 54a Giornata mondiale delle comunicazioni sociali. Nell’opera c’è il tema della memoria, familiare e culturale; emerge poi con forza il ritessere storie e relazioni sfibrate dalla distanza e dalla frenesia della società odierna. Billi ritrova se stessa, il proprio baricentro, partendo dalle radici del cuore. Tra i momenti da segnalare ci sono di certo le sequenze di dialogo tra Billi e la nonna Nai Nai, sempre così carichi di tenerezza e prossimità.


Allegati

The Farewell. Una buona bugia

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