“Ad Astra”, nello Spazio in cerca di risposte

martedì 8 ottobre 2019
Un articolo di: Massimo Giraldi, Sergio Perugini

Arriva direttamente dalla 76a Mostra del Cinema della Biennale di Venezia il thriller spaziale “Ad Astra” del regista newyorkese James Gray – tra i suoi film si ricordano “I padroni della notte” (2007) e “C’era una volta a New York” (2013) – e interpretato da Brad Pitt, anche produttore con la sua Plan B; nel cast figurano anche i veterani Tommy Lee Jones e Donald Sutherland. Oltre alla dimensione del thriller avventuroso, il film si trasforma gradualmente in mélo a sfondo familiare, tra strappi sentimentali e mancanze paterne, in un’opera che scandaglia l’animo umano e i suoi tormenti.
Il regista Gray si appropria della tematica dell’avventura spaziale per mettere a fuoco il rapporto uomo-Infinito, con richiami alla narrativa di Arthur C. Clarke e cinema di Stanley Kubrick. Nella costruzione del racconto riusciamo però a cogliere tracce delle più recenti suggestioni cinematografiche tra cui il Cuarón di “Gravity”, il Nolan di “Interstellar” come pure lo sguardo visionario e introspettivo del Malick di “The Tree of Life”.
Dunque, “Ad Astra” ci conduce apparentemente negli angoli più nascosti dell’universo, in cerca di scoperte rivoluzionare e risposte sul futuro dell’uomo; in verità si tratta di un viaggio nelle profondità dell’animo umano: il protagonista si perde nello Spazio per ritrovare se stesso, per capire che il senso del proprio vivere è racchiuso negli affetti e nella condivisione.
Il racconto è molto dettagliato e suggestivo, secondo i consueti canoni dell’industria di Hollywood; gli effetti speciali si rivelano puntualmente efficaci e sorprendenti. Il regista lavora molto anche sui dettagli, sui primi piani dell’astronauta Pitt, che indubbiamente è bravo seppure talvolta legnoso. Dal punto di vista pastorale, il film è consigliabile, problematico e da proporre in occasioni di dibattito.

Ad Astra

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