BERLIN – JERUSALEM *

Valutazione
Accettabile-riserve, Complesso
Tematica
Donna, Famiglia, Politica-Società, Storia
Genere
Drammatico
Regia
Amos Gitai
Durata
89'
Anno di uscita
1990
Nazionalità
Francia, Gran Bretagna, Italia
Titolo Originale
BERLIN - JERUSALEM
Distribuzione
Academy Pictures
Musiche
Markus Stockhausen
Montaggio
Luc Barnier

Sogg. e scenegg.: Amos Gitai, Gudie Lawaetz - Fotogr.(panoramica/a colori): Henri Alekan, Nurith Aviv - Mus.: Markus Stockhausen - Montagg.: Luc Barnier - Dur.: 89' - Produz.: Agav Films, La Sept, Paris; Nova Film, Rai Due, Roma - Channel Four Tv, London

Interpreti e ruoli

Lisa Kreuzer (Else Lasker Schuler), Rivka Neuman (Tania), Markus Stockhausen (Ludwig), Juliano Merr (Menahem), Benjamin Levy, Vernon Dobtcheff, Ohad Shahar, Veronica Lazare, Keren Mor.

Soggetto

Nel 1919 a Berlino, la poetessa espressionista Else Lasker Schuler, ebrea tedesca, conduce una vita da bohèmienne: senza una regolare famiglia, stravagante e sentimentalmente instabile, si aggira in abbigliamenti eccentrici fra i ritrovi eleganti e corrotti della borghesia, sempre in assillo per la salute del figlio e in continue difficoltà col proprio editore. Le capita d'imbattersi in Tania, una giovane ebrea russa, esaltata e attiva sionista, esule dalla Russia, dove ha partecipato all'insurrezione del 1905. Tania si trova a Berlino in attesa di poter raggiungere la Palestina per partecipare alla realizzazione del primo Kibbutz, il collettivo agricolo del suo sogno utopistico. Else ne rimane affascinata, e quando le muore il figlio, e assiste alle prime irruzioni naziste nei locali frequentati da intellettuali ebrei, sogna lei pure una sua "terra promessa". Giunta in Palestina, Tania si adopera febbrilmente per la costituzione del Kibbutz, sui terreni ingrati e sassosi intorno alla città, tentando inizialmente una pacifica convivenza con gli arabi del luogo, ma ben presto alle prese con la violenza e le contraddizioni in cui Gerusalemme si trova da secoli. Frattanto a Berlino nel 1933 la situazione precipita sotto l'imperversare del fanatismo nazista. Nel rogo dei libri considerati "eretici" dall'ideologia imperante, ardono anche le opere di Else, che lascia precipitosamente la città, diretta in Svizzera. Di qui raggiunge Gerusalemme, dove nuovamente incontra Tania. La città è stata bombardata: Else ne percorre le strade, amareggiata e delusa nel vedere irrealizzato il suo poetico sogno di una "terra promessa". Mentre cammina, alle macerie del 1937 si succedono gradualmente altre macerie, fino alle rovine, le scritte, gli automezzi, i militari, le persone del 1989.

Valutazione Pastorale

Realizzato da un ebreo di remote origini russe da parte materna, ma di padre tedesco, il film risente delle due anime ebraiche, quella rivoluzionaria di Tania e quella sognante di Else, le protagoniste, ambedue segnate dall'utopia. Ma i due fuggevoli incontri fra l'attivista russa e l'intellettuale tedesca che il film propone non sono sufficienti a conferirgli unità narrativa. Le storie delle due donne procedono ad intarsio e a contrappunto, e solo a fatica se ne può cogliere una qualche connessione. Stupendo per scenografie, ricostruzioni d'epoca, costumi, culture, modi di vita e sorretto da una suggestiva colonna sonora, il film non è però facilmente decifrabile nella sua intellettualistica complessità. Se il regista riesce a rappresentare suggestivamente l'utopia diversificata delle due protagoniste (quella sognante di Else, che si muove nel film come una sonnambula, e quella concitata e febbrile di Tania, che solo nella scena della morte del giovane che ama sembra arrendersi alla femminilità), non si può dire altrettanto di come traduce in immagini le tragiche realtà che fanno da sfondo alle due storie parallele. La corruzione della borghesia e un paio di episodi di teppismo in cui si intravvedono divise naziste non fanno Berlino: né le carrellate senza fine lungo il deserto sassoso che circonda Gerusalemme e gli sforzi di un pugno di straccioni per arare quel deserto sotto la protezione di militari armati fanno Israele. Si tratta di ben altro. Ma sono fatti talmente brutali da un lato e talmente intricati e contraddittori dall'altro nel loro violento succedersi, e talmente scaraventati questi ultimi davanti agli occhi di tutti dall'impersonale e impassibile martellare dei vari canali d'informazione, da far presumere che siano noti e chiari. Proprio per questo forse Amos Gitai non aveva altra scelta che quella di presentarli emblematicamente attraverso il patos di due donne che li hanno vissuti e sofferti nei loro anni, fra utopia e profezia, con drammatica intensità, insieme a quella di affidarsi - anch'egli utopisticamente - all'attenzione di un pubblico che l'alluvione implacabile di immagini e di suoni ha gradatamente disabituato a concentrarsi e riflettere.

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