DONNA D’OMBRA

Valutazione
Discutibile, scabrosità
Tematica
Donna, Metafore del nostro tempo, Psicologia
Genere
Drammatico
Regia
Luigi Faccini
Durata
90'
Anno di uscita
1990
Nazionalità
Italia
Titolo Originale
DONNA D'OMBRA
Distribuzione
Reac Film
Musiche
Luis Bacalov
Montaggio
Maddalena Colombo

Sogg. e scenegg.: Luigi Faccini - Fotogr. (normale/a colori): Franco Legga - Mus.: Luis Bacalov - Montagg.: Maddalena Colombo - Dur.: 90' - Produz.: MP srl; RAI, Rete 2.

Interpreti e ruoli

Anna Bonaiuto (Carla), Francesco Capitano (Gianni), Luciano Bartoli (padre di Carla), Carla Cassola (madre di Carla), Francesco Camelutti (regista), Roberto Posse (Pino), Daniella Morelli (Vera), Antonio Cantafora. (Vincenzo), Marta Guglielmi.

Soggetto

Carla, una non più giovane coreografa, viene sorpresa dalla notizia che il padre sta improvvisamente morendo, proprio mentre è intenta a dare gli ultimi tocchi a un difficile intreccio di corpi della sua ultima, violenta, coreografia. Si precipita a casa, e osserva, angosciata, accanto alla madre sopraffatta dai singhiozzi, il padre già immoto, che un medico tenta invano di rianimare. Col capo sul petto del morto, Carla bisbiglia teneramente, in una specie di trasporto lirico, tutto ciò che il padre è stato per lei, mentre la memoria rievoca, in un lampeggiare delirante, i momenti significativi di quell'intenso rapporto di adorazione-identificazione col genitore che - a sua insaputa - ha segnato in maniera indelebile la sua personalità e la sua vita. Al colmo dello smarrimento e della disperazione, Carla sale in macchina e si abbandona a una allucinante fuga senza meta, che si trasforma gradatamente in una specie di indagine interiore sul proprio passato sentimentale, rivissuto incontrando i vari uomini della sua vita. Il viaggio sentimentale di Carla si trasfigura così in un'istintiva ricerca dei perché di quella sua tumultuosa instabilità affettiva e di quella inquieta insoddisfazione che l'ha sempre determinata a infrangere per prima ogni legame con un uomo, dal più affidabile al più banale. Nel suo vagare frenetico e in apparenza senza perché, Carla viene persistentemente tallonata - con una discrezione non scevra da qualche sfumatura d'indulgente ironia - da Gianni, il suo ultimo uomo, che ne intuisce, attraverso il convulso altalenare della mente sconvolta e l'eccentricità dei comportamenti, la tensione disperata alla normalità. Si delinea così, sia pur faticosamente l'esito della funesta esclusività possessiva della figura paterna, che, forse suo malgrado e in buona fede, ha in effetti plagiato la figlia, facendone una "donna d'ombra", tanto estrosa, inquieta e tagliente, quanto priva di certezze.

Valutazione Pastorale

Attento (come nel notevole "Inganni", di appena qualche anno anteriore) alle conseguenze deleterie degli errori educativi e delle distorsioni subite, specie nell'infanzia, da individui psicologicamente fragili; come pure alle frustrazioni inseparabili da ogni vivere umano su alcuni soggetti particolarmente vulnerabili, il regista concede questa volta, forse troppo, all'intellettualismo e alla preziosità stilistica, "rubando" - come egli stesso si esprime in un'intervista - sguardi, emozioni, sentimenti, espressività... ai suoi attori, ma tenendo però nel contempo ben nascosta e proteggendo l'idea del film durante la sua lavorazione a ciascuno di essi. L'esito singolare di questa strategia d'autore è spesso un'eccezionale intensità espressiva non convenientemente motivata, un faticoso e inspiegabile intrecciarsi di motivi, temi, allusioni, tra metafora e apologo. Lo spettatore è chiamato ad un continuo sforzo per superare la discontinuità e frammentarietà del racconto, il montaggio a volte convulso, il prolungarsi di sequenze non indispensabili, tra documentario e sceneggiata, che nuocciono al rigore narrativo e al delinearsi chiaro di una tematica plausibile. Uno sta per cogliere una tematica epidica, ma subito viene depistato dall'impressione che il film voglia accentuare il rapporto competitivo e conflittuale fra uomo e donna, e poco avanti che si voglia alludere alla fatalità derivante da un morboso fissarsi sulla morte, o, altrove, che venga evidenziato il tema idillio-aggressività della natura, o quello arte-pathos nel balletto, o l'altro, amore-violenza, nei rapporti improvvisi, insoliti e senza abbandono fra uomo e donna iniziati fulmineamente e troncati subito dopo. E forse il regista vuole proprio questo, nella presunzione che condizione per essere "autore" sia raccontare astrusità intellettualoidi. L'impressione è che si tratti di un'occasione mancata a un Faccini tutt'altro che allineato al banale o allo scontato di troppa produzione cinematografica, tratto forse in inganno dal suo stesso talento. Film comunque insolito, seppur forse ambizioso, e discutibile proprio a ragione della sua ambiguità di fondo, oltre che per scene e sequenze scabrose.

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