OBBLIGO DI GIOCARE – ZUGZWANG

Valutazione
Inaccettabile, Negativo
Tematica
Genere
Drammatico
Regia
Daniele Cesarano
Durata
83'
Anno di uscita
1990
Nazionalità
Italia
Titolo Originale
OBBLIGO DI GIOCARE - ZUGZWANG
Distribuzione
Academy Pictures
Soggetto e Sceneggiatura
Daniele Cesarano, Ugo Pirro, Daniele Senatore
Musiche
Autori vari
Montaggio
Angelo Nicolini

Sogg. e Scenegg.: Daniele Cesarano, Ugo Pirro, Daniele Senatore - Fotogr.: (panoramica/a colori) Alessio Celsini - Mus.: Autori vari - Montagg.: Angelo Nicolini - Dur.: 83' - Produz.: D.D.S. Cinematografica

Interpreti e ruoli

Kim Rossi Stuart (Marco), Andrea Prodan, Nicoletta Della Corte, Sonia Petrovna, Ubaldo Lo Presti, Stefano Gragnani, Daria De Florian, Paolo Bernardi, Lucia Riccelli

Soggetto

all'alba Marco, studente di Architettura e datore di luci in un teatrino romano di prosa, assiste casualmente all'assassinio di una coppia di innamorati. L'assassino fugge in bicicletta e da quel momento Marco lo pedina, si apposta qua e là e finisce con il diventar prigioniero di una ossessione, perché l'altro continua ad uccidere freddamente e, quanto meno in apparenza, senza motivazione alcuna: prima una donna in un supermercato; poi un uomo sulle scale mobili della metropolitana. Questi, sempre taciturno e in caccia della bicicletta nera, insegue il giustiziere, non denuncia i crimini, gioca con lui a rimpiattino, ma l'altro sempre gli sfugge. Marco si fa ancor più chiuso in se stesso, evita i compagni di studio, ha un rapporto fisico con Paola, la sua ragazza, lavora malvolentieri in teatro e, finché sua madre è in vita, è scostante e ostile con lei, mentre vaga per la città di giomo e di notte. Dopo l'uccisione della madre di Marco da parte del killer l'incontro decisivo con sconosciuto avverrà fra le cabine di uno stabilimento di Ostia: costui ucciderà il ragazzo, liberando questi dai suoi incubi.

Valutazione Pastorale

il soggetto pretenzioso, l'oscurità privilegiata e insistita, la latitanza della sceneggiatura e dialoghi confinati fra rari e scontrosi monosillabi (per il silenzio quasi totale dei personaggi) sono gli elementi che contraddistinguono questo film del regista Cesarano la cui presunzione è indiscutibile. Il personaggio di Marco è quello di un giovane perennernente scostante e ingrugnato, la sua passività immotivata, la staticità sua (e del film) pressoché totale. Volendo azzardare una ipotesi che appare la più plausibile, si tratta qui di un ragazzo fondamentalmente disturbato, in conflitto con la figura paterna (assente) e con la madre (separata, che riceve in casa l'amante), lontano dai compagni di studio, poco gradevole e per nulla affettuoso con la propria ragazza, distratto e pigro anche dietro le quinte del piccolo teatro cui collabora. Uno schizoide, il quale "vede" nell'ignoto ciclista che dà la morte paradossalmente l'unico che nella vita rappresenti qualcosa e che per qualcosa sia pure di orrendo emerga. Per uscire dal labirinto di cui la mente è prigioniera, a Marco non resta che proiettarsi nella personalità del giustiziere spietato. La staticità del film, la sua fissità, sono al massimo, il parlato carente. Si aspetta che soggetto, regìa, lo stesso personaggio di quel Marco scorbutico, stralunato e inerte (anche davanti al cadavere materno) debbano voler dire qualcosa sia pure fra simboli e allusioni. Ma questo non accade. Cesarano è un esordiente e va atteso ad una successiva prova, meno ambiziosa o meno ingenua. Per il resto, una certa attenzione fotografica ad una Roma notturna e gelida (già vista così tuttavia, molte volte altrove), con edifici pubblici allucinanti e spazi vuoti, nonché una recitazione modestissima, a cominciare dall'interprete principale (ma che possono fare gli attore alle prese con i monosillabi?). A compensare il pubblico di tanti silenzi e rarefazioni, sta una colonna sonora, che più agra di timbri, stridula e irritante per il gusto e i timpani non poteva essere scritta.

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