Il gran finale de “L’amica geniale”: bellezza narrativa fuori dal comune

lunedì 2 marzo 2020
Un articolo di: Sergio Perugini

Forse è ancora più bella della prima stagione. Parliamo de “L’amica geniale. Storia del nuovo cognome”, nuovo capitolo della serie Tv di Saverio Costanzo, adattamento del secondo volume della tetralogia best seller firmata da Elena Ferrante. Questa seconda stagione è stata messa in onda su Rai Uno dal 10 febbraio – otto episodi in tutto, quattro prime serate – e si attende ora il gran finale stasera, poco prima della programmazione Oltreoceano dal potente network HBO. A oggi gli ascolti su Rai Uno sono pienamente convincenti, con un esordio iniziale sulla soglia del 30% di share e 7milioni di spettatori, passando poi a un leggero calo fisiologico nelle puntate successive, comunque sempre sui 6milioni. “L’amica geniale” annovera diversi primati: è anzitutto un prodotto culturale frutto di una grande cordata audiovisiva che vede in campo Wildside, Fandango, Rai, Fremantle e HBO; è poi una delle pochissime serie Tv nazionali capace di penetrare praterie televisive globali, a cominciare da quelle anglofone (le più difficili!) al pari de “Il Commissario Montalbano”, “Gomorra”, “The Young Pope” e “Medici”. Nel contempo, però, è il racconto di un universo narrativo marcatamente italiano, radicato nella nostra storia e tessuto sociale, dotato di una forza espressiva così magnetica da agganciare qualsiasi tipo di pubblico, senza confini anagrafici e geografici.
E in questo il merito non è solo del genio ideativo della Ferrante, ma anche dello sguardo di un cinema d’autore, quello di Saverio Costanzo, che in questa seconda stagione viene affiancato dalla talentuosa Alice Rohrwacher, uno sguardo che rifugge le convenzioni e punteggia il racconto con grande eleganza e poesia.

“Storia del nuovo cognome”
Quanto sono brave le due giovani adolescenti che impersonano Lila e Lenù, ovvero Gaia Girace e Margherita Mazzucco. Due esordienti che hanno vestito, quasi vissuto, con grande autenticità i personaggi creati dalla Ferrante. In questa seconda stagione le sfumature che mettono in campo sono così tante e variegate, da andare ben oltre la loro età anagrafica. Napoli anni Sessanta. Lenù (Mazzucco) punta tutto sullo studio, avendo compreso che quella è il solo modo per emergere dalla povertà del rione in cui vive. E il suo obiettivo è la Normale di Pisa, sparigliando anche le carte sul destino di una donna nell’Italia del tempo, uscendo così dal sentiero della sola vita domestica come opzione ammessa. La cosa che l’affanna, però, è l’amore, che non arriva, che non si materializza come nei suoi sogni. Anzi, passa dall’incanto, dai baci onirici, a un realismo a tratti brutale, reazionario. Chi vive invece una notte buia è Lila (Girace), quell’amica geniale che non è riuscita a studiare e per ribellarsi al suo destino immobile pensa di sposarsi “bene”; ma quel matrimonio visto come una scialuppa di salvataggio si tramuta in un incubo: Lila viene ripetutamente picchiata da Stefano (Giovanni Amura), che la ama di un amore bruciante, ma totalmente sbagliato, brutale: non sentendosi ricambiato, cerca prima di conquistarla con i regali e poi con le mani, con violenze soffocanti. Lila non si piega, morde la vita, il più delle volte rabbiosamente, ma non si arrende al suo domani da preda.

Donne in cerca di libertà, uomini purtroppo vacui
La condizione della donna è probabilmente il perno narrativo di questa seconda stagione de “L’amica geniale”. Lila e Lenù sono ormai donne, in un’Italia degli anni Sessanta, non disposte ad accettare lo stesso destino delle loro madri, che percepiscono così smarrite e frustrare. Vinte. Loro sono non si accontentano, vogliono qualcosa di più, di diverso. Nel racconto entra con forza il tema della violenza domestica, con una carica di grande attualità, in tempi odierni segnati da insopportabili casi di femminicidio. Efficace, agghiacciante, è la visualizzazione della violenza che mostra il regista Costanzo: nel primo episodio, Lila e il marito Stefano sono in viaggio di nozze; Lila è in bagno, non riesce a entrare in camera da letto, perché delusa e bloccata, e allora Stefano si palesa dietro la finestra a vetri del bagno apparendo con un volto alterato, deformato, quasi da orco, che lascia presagire un male incombente. E così accade, più e più volte.
A uscirne del tutto malconcio dalla serie è dunque l’universo maschile. Un po’ tutti personaggi a ben vedere sono deboli e vacui: Stefano, seppure spavaldo e violento, è imprigionato nell’ossessione amorosa per Lila e senza di lei si sente fragile, frignando come un bambino cui è stato portato via un giocattolo; Nino (Francesco Serpico), poi, il promettente universitario e giornalista che è ammirato dalle due amiche, rischia di perdersi dietro abbaglianti passioni. E poi ci sono quelli ancora più grandi, i padri, che sbiadiscono per assenza o perché infimi. Oltre a uno scandagliare il fermento esistenziale delle due giovani e in generale del tessuto sociale del Paese, anche nella contrapposizione tra centro-periferia – la disperata durezza della madre di Lenù e lo sguardo lucido della professoressa borghese, che invita la ragazza a non arrendersi –, “L’amica geniale” è un racconto che conquista anche per una bellezza narrativa fuori dal comune, con una fotografia e una regia di grande fascino, stile, cui il compositore Max Richter imprime ulteriore pathos, dando trasporto e sconvolgimento insieme. E allora bene il gran finale di stagione, ma che si giri presto il terzo capitolo, “Storia di chi fugge e di chi resta”. Noi siamo già pronti…

Articolo disponibile anche su Agenzia SIR

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