IL COLORE DELL’ODIO

Valutazione
Discutibile, Realistico
Tematica
Genere
Drammatico
Regia
Pasquale Squitieri
Durata
96'
Anno di uscita
1989
Nazionalità
Italia
Titolo Originale
IL COLORE DELL'ODIO
Distribuzione
Medusa Distribuzione
Soggetto e Sceneggiatura
Nanni Balestrini, Pasquale Squitieri, Antonella Baroni Pasquale Squitieri, Eugenio Cappuccio
Musiche
Stamatis Spanoudakis
Montaggio
Mauro Bonanni

Sogg.: Pasquale Squitieri, Eugenio Cappuccio - Scenegg.: Nanni Balestrini, Pasquale Squitieri, Antonella Baroni - Fotogr.: (panoramica/a colori) Giulio Albonico - Mus.: Stamatis Spanoudakis - Montagg.: Mauro Bonanni - Dur.: 96' - Produz.: Dama National Film, Vidi, National Cinematografica

Interpreti e ruoli

Salvatore Marino (Rashid), Carolina Rosi (Miriam), Victor Cavallo (il "Siciliano" Vito), Anna Zinnemann, Paolo Branco, Gianpaolo Genovesi, Ermanno Biagi, Salvatore Billa

Soggetto

figlia di un armatore di pescherecci a Fiumicino, Miriam è l'amante del giovane Rashid, figlio di padre siciliano e madre marocchina, da una diecina di anni in Italia ed ora al lavoro alle dipendenze del padre della giovane donna. Il giorno in cui un diplomatico arabo viene ucciso ad un semaforo davanti al Ministero degli Esteri, l'autista crede di riconoscere in Rashid l'assassino. Rashid si nasconde nel sottobosco di Roma e dintorni ed è braccato dalla polizia, mentre Miriam - che pur potrebbe fornirgli un alibi, affermando che al momento dell'attentato l'uomo era con lei nell'alloggio di un amico - non rivela ciò e si mette alla disperata ricerca dell'amante, tra mense e sordidi dormitori. Finalmente i due si incontrano: Rashid è preda di un senso di colpa verso Allah e la propria cultura (che è quella legata alla madre ed ai ricordi di infanzia), e non desidera altro che di tornare in Africa. Miriam lo comprende e, poiché è decisa a seguirlo, gli amanti ricorrono ad un losco trafficante (Vito, detto "il siciliano"), che per un po' di milioni fornirà loro i passaporti. Versando lei un anticipo, spacciando lui nel frattempo bustine di droga per incarico di Ahmed (suo compatriota e amico, che a Roma ha fatto buoni affari e che dichiara di volerlo aiutare), sempre rubando macchine per spostarsi, la coppia in fuga passa alcuni giomi, mentre il cerchio della polizia si fa più stretto. Tornati infine alla periferia di Fiumicino, Miriam vuota una notte la cassaforte paterna e, dato appuntamento al "siciliano", minacciandolo con la rivoltella dell'amante ottiene i due passaporti. Poi torna nella cadente baracca dove Rashid si è rifugiato, ma qualcuno li ha denunciati - forse lo stesso Vito - poiché la polizia arriva e Rashid, che è uscito sparando, cade ucciso nell'inevitabile scontro a fuoco sulla battigia coperta di rifiuti.

Valutazione Pastorale

protestatario e polemico, sempre sbandierando una sociologia che sventola come un vessillo, il film scende questa volta nel vivo della dura realtà degli immigrati e di quei problemi, che la convivenza va ora ponendo con toni sempre più insistiti e, in grandissima parte, penosi e drammatici. Malauguratamente, accanto a momenti e situazioni di realismo e di cronaca inoppugnabile, il lavoro si perde in accenti da melodramma, mentre la narrazione cede all'impatto di note emotive, indubbiamente sincere, che risultano tuttavia convenzionali e perfino banalizzanti. C'è in più una certa confusione di fondo, nè si avverte una seria motivazione ideologica e culturale (che pure era lecito attendersi), mancando l'evidenza di quel conflitto (quanto meno il contrasto) tra due civiltà, che probabilmente il regista voleva evidenziare. Le invocazioni ad Allah e la preghiera del mattino dello sfortunato e innocente Rashid, nonché il suo senso di colpa, restano stranamente marginali e non toccano la sensibilità partecipante dello spettatore. Il dramma dei due fuggiaschi - lui verso le proprie radici, lei spinta dalla solidarietà e dall'amore - finisce con il coinvolgere molto passivamente. Buoni solo alcuni momenti più attinenti alla brutalità della cronaca (lo squallore di certi ritrovi degli immigrati di colore, certi dormitori e bordelli di fortuna), anche perché qui la narrazione si fa più netta e naturale. Ma il ritmo di tutto il film è contraddistinto da una lentezza estenuante, la tetraggine è pressoché costante, sottolineata tra l'altro da musiche per lo più lagnose ed esequiali. In definitiva, un lavoro che, pur muovendo da temi gravi e da spunti che fanno pensare, si traduce spessissimo in realizzazioni estetiche da romanzo popolare e di grana grossa. La vocazione polemica del regista ed il suo permanente interventismo sul piano sociale e civile - anche se sempre rispettabili - appaiono dunque meno validi e come stemperati o in un certo manierismo oleografico, o in un realismo troppo datato, mentre la vicenda umana (la integrazione razziale, l'amore stesso dei due personaggi, fra parentesi scialbamente interpretati) si connota di toni meno pregnanti.

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